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29 settembre 2016

Mitta, storia di una capuzzella

“Ho contato tre teschi a partire da Lucia e ho visto Mitta”. È la sua ricerca, la ricerca di un anonimo scrittore, ma è anche la nostra, è il filo conduttore di tutto il nostro racconto. “Mitta, storia di una capuzzella” (Runa Editrice) di Tina Cacciaglia, è il racconto che sale dalla cripta del Purgatorio ad Arco, a Napoli, sotto via Tribunali. Otto storie più una. “Vanna che quasi si danna per il suo cavaliere, Mena che scappa da uomini e amore, Luisa che preferisce tenere due piedi in due scarpe, Luciana che s’immola all’amore, Settimia che sceglie sempre quello che costa di più, Gemma che si decide quando è troppo tardi, Bianca Maria che sceglie la fuga e Virginia il ritorno”. Un teatro al contrario la nostra prospettiva, dove noi in scena accanto alla capuzzella siamo sul palco ed è il pubblico che racconta, passa la vita sui secoli i poteri i trionfi e le disgrazie, le vite stesse e le morti. Passa la vita ed è simile a se stessa, le stesse speranze, le stesse delusioni, è passato un giorno ne sono passati mille o un centomila, è l’umanità che s’inginocchia in quella cripta. La narrazione della Cacciaglia è nervosa e intensa, in un racconto si sintetizzano sfumature del tempo e dei luoghi e per quanto sia sempre Napoli la protagonista di ogni racconto, in ogni frammento, in ogni angolo, assume caratteristiche differenti, dal molo ai vicoli, dalle sublimi tele di Capodimonte ai quattro stracci portati addosso dai protagonisti. Il contrasto bellissimo e potente di donne spicce di strada, donne esposte, capaci di mettere a posto il mondo. Un mondo che sembrerebbe perfino normale nella scrittura della Cacciaglia, nello sguardo delle loro protagoniste, se non fosse che l’autrice introduce sempre un punto di vista che ci fa sobbalzare che ci riporta alla proporzione e alla misura, così come per il racconto di Mena la meretrice “come la chiama il prete dall’altare” e la piccola Rosa, nei giorni della confusione del tormentato ’99 napoletano. È negli occhi della bambina dal naso a carciofo che torniamo terrorizzati nei giorni della rivoluzione, sgomenti davanti al buio e all’umidità a parlare con delle cape di morto. Da questa prospettiva niente è più lo stesso. E l’autrice lo sa bene. Il solo espediente che usa è l’ironia. Come si esorcizza tutta questa successione di guai? (Già, perché se uno va a confessarsi da una capa di morto non è che le cose gli vanno proprio benissimo!) E la Cacciaglia sceglie di farci sorridere, di ridimensionare il dolore, di alleggerire: - Che potevo fare pezzentella mia, che potevo fare? Mi chiedeva Luciana E io dato che sono morta, non risposi. Mitta la capuzzella in qualcosa senza dubbio somiglia a lei, è una conciliatrice. È una che crea ponti che lavora sull’intermediazione, che di due parti, almeno ci prova a farne una. E s’ingegna non poco, partecipando alle sedute spiritiche, inventandosi espedienti per finire in sogno al disperato o alla disperata di turno. Mitta ha davanti l’eternità e spesso questa convivenza mortuaria la manda su tutte le furie: “Pensate alla vita dico io, che a parlare con i morti dopo sì che ne avrete tempo. Hai voglia”. Come spesso succede nelle operazioni di romanzi storici ben riusciti, la grande storia fa capolino solo a bocconi, ma stravolge le vite minuscole dei protagonisti come enormi tsunami. Mitta si presenta a pezzi, racconta la sua storia con istantanee, al lettore il compito di metterla insieme, fino alla fine. Una delle sue descrizioni più intense di se stessa: “Io, Mitta, sono diversa. Conobbi prima il corpo degli uomini e poi il loro nome, e bene feci altrimenti quella puttana della peste, pure vergine mi trovava…”. Istantanee dicevamo, tele catturate in una cornice, sospese nel testo eppure perfettamente integrate, ma che basterebbero a se stesse, che seppure isolate meriterebbero di essere ammirate.


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permalink | inviato da questionedigenere il 29/9/2016 alle 10:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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