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Diario | cassandra | segnalazioni | gossip di genere | incontri | sul mio comodino | ritratti di donne napoletane |
 
ritratti di donne napoletane
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29 settembre 2016

Mitta, storia di una capuzzella

“Ho contato tre teschi a partire da Lucia e ho visto Mitta”. È la sua ricerca, la ricerca di un anonimo scrittore, ma è anche la nostra, è il filo conduttore di tutto il nostro racconto. “Mitta, storia di una capuzzella” (Runa Editrice) di Tina Cacciaglia, è il racconto che sale dalla cripta del Purgatorio ad Arco, a Napoli, sotto via Tribunali. Otto storie più una. “Vanna che quasi si danna per il suo cavaliere, Mena che scappa da uomini e amore, Luisa che preferisce tenere due piedi in due scarpe, Luciana che s’immola all’amore, Settimia che sceglie sempre quello che costa di più, Gemma che si decide quando è troppo tardi, Bianca Maria che sceglie la fuga e Virginia il ritorno”. Un teatro al contrario la nostra prospettiva, dove noi in scena accanto alla capuzzella siamo sul palco ed è il pubblico che racconta, passa la vita sui secoli i poteri i trionfi e le disgrazie, le vite stesse e le morti. Passa la vita ed è simile a se stessa, le stesse speranze, le stesse delusioni, è passato un giorno ne sono passati mille o un centomila, è l’umanità che s’inginocchia in quella cripta. La narrazione della Cacciaglia è nervosa e intensa, in un racconto si sintetizzano sfumature del tempo e dei luoghi e per quanto sia sempre Napoli la protagonista di ogni racconto, in ogni frammento, in ogni angolo, assume caratteristiche differenti, dal molo ai vicoli, dalle sublimi tele di Capodimonte ai quattro stracci portati addosso dai protagonisti. Il contrasto bellissimo e potente di donne spicce di strada, donne esposte, capaci di mettere a posto il mondo. Un mondo che sembrerebbe perfino normale nella scrittura della Cacciaglia, nello sguardo delle loro protagoniste, se non fosse che l’autrice introduce sempre un punto di vista che ci fa sobbalzare che ci riporta alla proporzione e alla misura, così come per il racconto di Mena la meretrice “come la chiama il prete dall’altare” e la piccola Rosa, nei giorni della confusione del tormentato ’99 napoletano. È negli occhi della bambina dal naso a carciofo che torniamo terrorizzati nei giorni della rivoluzione, sgomenti davanti al buio e all’umidità a parlare con delle cape di morto. Da questa prospettiva niente è più lo stesso. E l’autrice lo sa bene. Il solo espediente che usa è l’ironia. Come si esorcizza tutta questa successione di guai? (Già, perché se uno va a confessarsi da una capa di morto non è che le cose gli vanno proprio benissimo!) E la Cacciaglia sceglie di farci sorridere, di ridimensionare il dolore, di alleggerire: - Che potevo fare pezzentella mia, che potevo fare? Mi chiedeva Luciana E io dato che sono morta, non risposi. Mitta la capuzzella in qualcosa senza dubbio somiglia a lei, è una conciliatrice. È una che crea ponti che lavora sull’intermediazione, che di due parti, almeno ci prova a farne una. E s’ingegna non poco, partecipando alle sedute spiritiche, inventandosi espedienti per finire in sogno al disperato o alla disperata di turno. Mitta ha davanti l’eternità e spesso questa convivenza mortuaria la manda su tutte le furie: “Pensate alla vita dico io, che a parlare con i morti dopo sì che ne avrete tempo. Hai voglia”. Come spesso succede nelle operazioni di romanzi storici ben riusciti, la grande storia fa capolino solo a bocconi, ma stravolge le vite minuscole dei protagonisti come enormi tsunami. Mitta si presenta a pezzi, racconta la sua storia con istantanee, al lettore il compito di metterla insieme, fino alla fine. Una delle sue descrizioni più intense di se stessa: “Io, Mitta, sono diversa. Conobbi prima il corpo degli uomini e poi il loro nome, e bene feci altrimenti quella puttana della peste, pure vergine mi trovava…”. Istantanee dicevamo, tele catturate in una cornice, sospese nel testo eppure perfettamente integrate, ma che basterebbero a se stesse, che seppure isolate meriterebbero di essere ammirate.


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29 luglio 2015

Le Eroine del Sud

21 dicembre 2012

Intervista di Massimiliano Garavini

Agnese Palumbo - 101 Donne che hanno fatto grande Napoli -Newton Compton     






«Il piacere intellettuale a volte è inaspettato. Svolti l'angolo e lo trovi lì.
Dopo un mese malmostoso a cercare parole nuove un'amica mi ha suggerito
una intervista interessante ad una collega di Napoli, Agnese Palumbo.
Una giornalista attenta, raffinata, che parla alla pancia delle donne.
Le 101 donne che hanno fatto, ab urbe condita, grande la cultura di una città
e di un popolo. Materiale RE(ESISTENTE) per dire raccontare storie
"au feminin" che parlano di Nobildonne, Intellettuali, Brigantesse, svestite
di fragilità e combattive con parole e azioni. Puntata meravigliosa, questa
sulle donne, di cui sentivo l'esigenza».


testo estratto dal blog, l'intervista è online all'indirizzo

http://tanaperleparolebuone.blogspot.it/2012/12/grandi-uomini-e-grandissime-donne.html


21 dicembre 2012

arriva a Piazza Plebiscito la napoletana che ha fatto il giro del mondo in bicicletta



"Impossibile" è una parola che le donne non conoscono.
Domani alle 12.00 arriva a Piazza Plebiscito Juliana Buhring, la donna che ha fatto il giro del mondo in bicicletta sfidando il record del Guinnes World Record. Con me a darle il benven
uto, le 101donne che hanno fatto grande Napoli.

«Sin dall’inizio tutti mi dicevano che non ero pronta. Senza sponsor o fondi, senza tecnica e supporto medico, con solo otto mesi di preparazione sulla bici, non ero pronta ed avrei dovuto spostare l’intera impresa per almeno un altro anno. Mi son presa tante risate in faccia, all’inizio. Nessuno credeva che ce l’avrei fatta, o almeno non tutto il giro intorno al mondo, facendo una media di 200 km al giorno senza riposo. Non ero un’atleta e non una ciclista. Infatti, non c’era niente che mi rendeva idonea ad una gigantesca impresa. Niente se non la volontà e la determinazione a finire. Ero fuori a provare che tutto è possibile. Che possiamo compiere cose più grandi di noi stessi. Se avessi aspettato il livello perfetto di preparazione, la perfetta tecnica ciclistica e il know-how medico , le condizioni meteo perfette, il supporto , i fondi , senza dubbio non sarei mai più partita. Credo che molte persone rimandino i loro sogni aspettando il momento giusto o le condizioni giuste. Non esiste niente del genere. “Un giorno” è solo un altro modo per dire “mai”. Cosí sono saltata su Pegasus e ho pedalato fuori da Napoli il 23 luglio 2012 . Sin dall’inizio ho avuto problemi. Il cambio rotto mi ha costretto a pedalare per due settimane con cambi troppo grandi o troppo piccoli. Il mio Iphone è caduto e si è distrutto lo schermo. Il primo mese ci sono state numerose modifiche solo per restare su strada ed appianare gli inevitabili difetti e problemi impossibili da prevedere. Prima di rendermene conto , avevo attraversato l’America. Piú lontano andavo, più persone iniziavano a seguire la mia impresa. Ben presto mi sono ritrovata ad essere letteralmente incitata da un team internazionale di amici, sconosciuti e beneauguranti che mi hanno spinto moralmente e finanziariamente, senza i quali il viaggio sarebbe stato molto più complicato, ed il fallimento una reale possibilità. E le difficoltà sono state numerose. Spesso faccio la battuta che sono una delle persone più sfortunate sulla terra, ma, se tutto quello in cui mi sono imbattuta sulla strada per 5 mesi significa qualcosa, forse c’è del vero: Ventinove forature, un cambio rotto, 6 raggi rotti, un pedale rotto. Ci sono state 4 cadute serie (con sangue e abrasioni). Il 70% del viaggio è stato contro vento ;tra i 100 e i 160 km/h in Nuova Zelanda (niente scherzi, ho dovuto camminare, mi ha scaraventato per aria due volte e ha alzato Pegasus con tutti i bagagli ). Ho attraversato 6 grandi montagne, il Nullarbor Desert in Australia, diarrea e infezione alla gola in India, pedalato per 4 giorni in un ciclone, attaccata diverse volte da branchi di cani in Turchia, attaccata da gazze in Australia, e per finire -9 gradi e neve al rientro in Italia.
Al momento in cui sto scrivendo mancano poco meno di 1000 km all’arrivo , sembrano 10.000… Ogni giorno è una lotta solo per continuare a pedalare.Quando mi fermo, la sola cosa che penso è di arricciarmi in qualche posto e dormire. È difficile da credere che il viaggio sia quasi finito. Alcuni giorni sembra non abbiano mai fine. Anche nei miei sogni pianifico strade e pedalo…infinitamente. Anche Pegasus è abbastanza stanco. Abbiamo conquistato molte sfide insieme. Piú spesso di quanto si possa pensare, mi chiedevo se avessi la stoffa per portare quest’impresa alla fine. Penso di avere la mia risposta. E credo anche , di aver provato la mia teoria: possiamo fare cose piú grandi di noi stessi. Non hai bisogno di essere ricco, famoso o talentuoso per niente, per fare qualcosa di straordinario. Il cielo NON è il limite. Non ci sono limiti, solo limitazioni sociali, culturali, religiose ed auto-imposte. Se riuscissimo a rompere queste limitazioni, sono convinta che l’essere umano è capace di andare molto lontano sia come individuo che come specie».

http://www.julianabuhring.com/

5 ottobre 2010

101donne che hanno fatto grande Napoli (NewtonCompton)



20 luglio 2010

"Sante Madonne e Malefemmine" uno spettacolo di Massimo Piccolo





Sante Madonne e Malefemmine

da un'idea di Agnese Palumbo
testi Agnese Palumbo e Massimo Piccolo
regia Massimo Piccolo
musiche originali Claudio Passilongo

una produzione "Luna di Seta"
con il Patrocinio della Regione Campania





















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29 gennaio 2009

donne napoletane, lunatiche dieci anni prima di Verne














agnese palumbo






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3 aprile 2008

la pudicizia

 
cappella sansevero- napoli




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21 marzo 2008

la pastiera napoletana


Non è una donna ma sa di donna. E soprattutto, sa di Pasqua. Nasce nel cuore di un convento o sulle rive del golfo? Era un pezzo di pane e davvero fece ridere la regina più burbera della storia di Napoli? Andiamo per gradi e capiremo come la pastiera è il dolce che per eccellenza ha per protagoniste le donne di Napoli. Secondo il mito sette fanciulle recarono in dono a Partenope i sette frutti più pregiati della terra napoletana: farina, ricotta, uova, grano, acqua di fiori d’arancio, spezie e zucchero. La sirena, a sua volta, offrì tutto agli dei che, grati di tante specialità, le mescolarono sapientemente realizzando la pastiera. Ma se il sapore, è vero, ha qualcosa di divino, la sua origine più probabile è invece legata ai riti in onore di Cerere, dea della Terra, particolarmente venerata a Napoli. Una probabile antenata della pastiera accompagnava le feste pagane che celebravano il ritorno della primavera, con le sacerdotesse della dea che portavano in processione l’uovo, simbolo di vita nascente. Il grano (o il farro) misto alla morbida crema di ricotta, potrebbe invece derivare dal pane di farro delle nozze romane, le "confarratio". Divenne un dolce religioso con Costantino.
Un’altra ipotesi infatti la fa risalire alle focacce rituali derivate dall’offerta di latte e miele, che i catecumeni ricevevano nella sacra notte di Pasqua al termine della cerimonia battesimale. La versione attuale, protagonista assoluta della tavola partenopea, è probabilmente il risultato di una sapiente lavorazione ispirata sì a questa focaccia, ma perfezionata nel cuore del convento di San Gregorio Armeno, dalle esperte mani impastatrici di un’anonima suora di clausura. La religiosa aggiunse a quel dolce, simbologia della Resurrezione, il profumo dei fiori dell’arancio del giardino conventuale. Alla bianca ricotta mescolò una manciata di grano, che, sepolto nella bruna terra, germoglia e risorge splendente come oro, aggiunse poi le uova, simbolo di nuova vita, l’acqua di mille fiori odorosa come la primavera, il cedro e le aromatiche spezie venute dall’Asia. È certo che le suore dell’antichissimo convento di San Gregorio Armeno erano reputate maestre nella complessa manipolazione della pastiera, e nel periodo pasquale ne confezionavano in gran numero per le mense delle dimore patrizie e della ricca borghesia. Quando i servitori andavano a ritirare le pastiere delle monache, per conto dei loro padroni, dalla porta del convento si diffondeva una scia di profumo che si allungava per gli stretti vicoli intorno e nei bassi, portando consolazione alla povera gente. Un buon dolce non può dare la felicità ma per un momento può regalarne certo l’illusione. E la pastiera di brevi illusione ne ha offerte tante. La più famosa è legata a Maria Teresa d’Austria, regina nota per il suo carattere ombroso. La leggenda vuole che la consorte di re Ferdinando II di Borbone non ridesse mai. Un giorno, cedendo alle insistenze del marito, famoso per la sua ghiottoneria, accondiscese ad assaggiare una fetta di pastiera. La soddisfazione fu tale e tanta che le salì al volto un largo sorriso. Il Re entusiasta prese a canzonarla e non poté non farle notare il suo evidente piacere nel gustare la specialità napoletana. A questo, pare abbia aggiunto: "Per far sorridere mia moglie ci voleva la pastiera, ora dovrò aspettare la prossima Pasqua per vederla sorridere di nuovo".

A Napule regnava Ferdinando
Ca passava e' jurnate zompettiando;
Mentr' invece a' mugliera, 'Onna Teresa,
Steva sempe arraggiata. A' faccia appesa
O' musso luongo, nun redeva maje,
Comm'avess passate tanta guaje.
Nù bellu juorno Amelia, a' cammeriera
Le dicette: "Maestà, chest'è a' Pastiera.
Piace e' femmene, all'uommene e e'creature:
Uova, ricotta, grano, e acqua re ciure,
'Mpastata insieme o' zucchero e a' farina
A può purtà nnanz o'Rre: e pur' a Rigina".
Maria Teresa facett a' faccia brutta:
pò l'assaggiaje, e sa fernette tutta.
Mastecanno, riceva: "E' o'Paraviso!"
E le scappava pure o' pizz'a riso.
Allora o' Rre dicette: "E che marina!
Pe fa ridere a tte, ce vò a Pastiera?
Moglie mia, vien'accà, damme n'abbraccio!
Chistu dolce te piace? E mò c'o saccio
Ordino al cuoco che, a partir d'adesso,
Stà Pastiera la faccia un pò più spesso.
Nun solo a Pasca, che altrimenti è un danno;
pe te fà ridere adda passà n'at' anno!




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6 dicembre 2007

Maria Palliggiano: il film, il libro

 


PARTENOPEA.
UN FILM E UN LIBRO SULLA PITTRICE PALLIGGIANO, ARTISTA INCOMPRESA DEL GRUPPO 58
 DI AGNESE PALUMBO

Ritratto a tinte forti di Maria l’avanguardista, che morì suicida

 È un abito rosso a raccontare Maria Palliggiano, un abito rosso indossato per uno dei rari ritratti che Emilio Notte le fece. Un accessorio ingombrante e stonato con il quale la regista, Silvana Maja, apre il film dedicato alla pittrice napoletana scomparsa nel 1969. La pellicola, prodotta da Artimagiche e tratta dall’omonimo libro edito da Voland, sarà presentata in anteprima a Goa, in India, il 26 novembre. Ossidiana, questo il titolo, richiama la pietra nera di Vulcano, fragile come un gioiello e forte come un’arma: sintesi perfetta della pittrice stessa.
Una vita tormentata, una donna che non seppe districarsi tra i ruoli che le furono imposti, moglie, amante, madre, e la disperata volontà di affermare ciò che realmente si sentiva, un’artista. Siamo nella Napoli degli Anni 60, la Grande Storia entra con forza nei racconti di sei giovani avanguardisti che, nella splendida accademia di via Costantinopoli, cercano una strada percorribile per la loro ispirazione. Si guarda con malinconia alla fine del cubismo, del futurismo, della metafisica; si legge Pratolini e Calvino, si viene a sapere di Kennedy, il Vietnam, le stragi e i conflitti sociali. Non c’è spazio per l’astrattismo ma nemmeno c’è più spazio per il figurato. In cima al Vesuvio si impugna un nuovo manifesto al grido di: Siano le nostre opere meteore, lava e lapilli, polvere cosmica, carburo in ascensione, strade di violente traiettorie, di sensazioni rutilanti, zolfo, fosforo e mercurio. […] L’astrattismo è vecchio, e fete chiù e me! (Puzza più di me).
Mario Persico, Luigi Castellano, Lucio Del Pezzo, Bruno Di Bello, Sergio Fergola, firmano il programma promosso da Mario Colucci.

Maria Palliggiano è protagonista e spettatrice; è una rivoluzionaria attraente, sensuale, speciale, ma è intoccabile. È la favorita del Maestro, nonostante le si riconosca un grande talento, non le è concesso di prendere parte ai nuovi fermenti. Resta ai margini, suo malgrado. Il Gruppo 58 supera i confini partenopei, si collega al Movimento Nucleare di Enrico Baj, ai gruppi Phases di Parigi, Spur di Monaco e Boa di Buenos Aires. Napoli soffoca, è troppo stretta, il mondo è troppo stretto. Gli artisti partono, tornano, espongono. Le biennali e i premi si succedono. Maria, con la valigia pronta, ha provato a lasciare la città per raggiungere il suo fidanzato a Berlino. Voleva trovare l’arte e la libertà tanto agognate, ma il maestro non ha lasciato che partisse. È ancora la sua allieva preferita, la sua amante, avranno un figlio e più tardi sarà sua moglie: “Era una ragazza molto fragile che trovò più che una sponda nel vecchio professore. Emilio Notte, del resto, era un uomo buono e sensibile, ironico, noto per avere partecipato alle avanguardie degli anni Venti, amato da tutti. In lui la pittrice trovò un conforto che presto si trasformò in una trappola. Tutto ciò che faceva, anche nell’arte, veniva poco apprezzato. Lo stesso Notte (nel film Renato Carpentieri) si rifiutava di promuoverla temendo di essere criticato. Ben presto divenne un’artista da stanza, a nessuno concedeva di vedere le sue opere, una scelta che aumentò in lei frustrazione e disistima” racconta la Maja.

Un profilo complesso quello della pittrice partenopea, mentre in accademia sperimentavano, lei era la sua stessa arte: Noi abbiamo dentro voragini, fuochi nel cuore e nel corpo che ci allagano e ci avviluppano. Abbiamo tormenti e paure che non si riconoscono in nessuna forma codificata. Non c’è condivisione d’intenti. Contrariamente al maestro, Maria descrive, inascoltata e disperata, i suoi tormenti e le sue visioni: “Seguo questa storia dal 1996, anno in cui vidi una sua retrospettiva che mi colpì moltissimo. Colori accesi, scene cruente, incubi e maschere tragiche: una pittura difficile da dimenticare e tuttavia ignorata, sia negli anni in cui venne prodotta che oggi. Mi addolorò moltissimo non averne mai sentito parlare, non averla mai cercata, come fossi anch‘io parte di una comunità omertosa. Me ne occupai ad ampio raggio intervistando tutti i suoi amici, leggendo materiali di psichiatria e di sociologia, ritratti scomodi della Napoli del tempo. Cominciai a scrivere il romanzo solo dopo parecchi mesi”.

Il libro e il film hanno un linguaggio e una tensione diverse, come se raccontassero, in alcuni passaggi, due donne differenti: “Ero furente con chi le era stato più vicino, li ritenevo tutti, esclusa la madre, responsabili della sua malattia e del suo suicidio- aggiunge la regista- Il film è stato un distacco da quella prospettiva così viscerale. L’intimità morbosa, le forti tinte del libro, tutto incentrato sulla psicologia, si è trasformata in colori più pastellati, in una materia più sociale, più aperta. Nel 2006, quando mi sono trovata sul set, ho deciso di raccontare semplicemente la storia di una ragazza che voleva fare la pittrice e non riusciva a far comprendere la sua individualità. La grazia di Teresa Saponangelo, la sua interprete, mi ha aiutato molto. Quella del film è una ragazza meno scomoda, più normalizzata, non chiusa in un universo schizofrenico e psichiatrizzato. Non volevo innescare quel compatimento per l’artista incompreso, quella facilità con cui l’opinione comune liquida la diversità.
A trentasei anni, dopo ripetuti tentativi di suicidio, Maria Palliggiano muore. Oggi con il film, la presentazione del catalogo ufficiale e mostre itineranti, si torna a parlare di lei:
L’arte ha bisogno di tempi lunghi,

così era solita consolarsi nelle chiacchierate tra amici.

da IlRiformista (5/12/07)




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2 settembre 2007

elena ferrante


« La fatica di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito, è come se si fosse stati perquisiti senza rispetto, e non si desidera altro che riacquistare integrità, tornare ad essere la persona che comunemente si è, nelle occupazioni, nei pensieri, nel linguaggio, nelle relazioni. Pubblica del resto è l’opera: lì c’è tutto quello che abbiamo da dire ».

Elena Ferrante
(scrittrice)




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29 agosto 2007

Eleonora Fonseca Pimentel




"Forse un giorno gioverà ricordare tutto questo..."

1799 Eleonora Fonseca salendo al patibolo recita un verso di Virgilio




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21 aprile 2007

Franca Leosini: "Ombre sul giallo"

 





Classe ed eleganza non sempre fanno pendant col nero. O almeno in un caso, quello di Franca Leosini, il colore del fascino e dello charme è giallo. Le case editrici più rinomate del paese la corteggiano per conquistare i diritti del suo primo libro. Ma la scrittrice di gialli più famosa d’Italia, al momento, si dedica solo alla TV.

Debutta questa sera, sabato 21, in seconda serata, ore 23.30 circa, la quinta serie del celebre programma “Ombre sul giallo” che vede la Leosini impegnata in molteplici ruoli: «Si può ben immaginare quale sia la difficoltà e le energie che questo tipo di trasmissione richiede. Per stendere la sceneggiatura di una puntata o il testo di un’intervista, studio gli atti del processo di ogni caso, dalla prima all’ultima pagina». Da quando nel 1988 la giornalista napoletana è approdata in Rai ha trattato casi tra i più noti e intricati, incontrando i protagonisti delle vicende giudiziarie e umane che hanno maggiormente segnato l'opinione pubblica: da Pino Pelosi, l'assassino di Pasolini, che a lei sola, in esclusiva, raccontò la verità dell’Idroscalo, a Angelo Izzo, uno dei "mostri" del Circeo, Immacolata Cutolo, moglie del più che noto boss della Camorra, Fabio Savi della “Uno Bianca”: «Ogni volta devo calarmi in un ruolo diverso, da giornalista a investigatrice a poliziotta a psicologa. Solo alla fine, quando mi accingo alla stesura di una puntata, mi rilasso e divento scrittrice».

 

Il link      http://www.raitre.rai.it/R3_popup_articolofoglia/0,6844,155^4554,00.html

 

Un’anteprima sul programma

In studio con Franca Leosini gli esponenti delle forze dell’ordine, gli avvocati, i magistrati che hanno seguito i singoli casi e, quando possibile, gli stessi protagonisti della vicenda. Ogni caso viene ripercorso attraverso la ricostruzione filmata dei momenti più significativi della vicenda in esame, materiale fotografico allegato agli atti processuali e filmati di repertorio.

 

La prima e la seconda puntata della serie ci portano in uno dei quartieri più esclusivi e prestigiosi di Roma: l’Olgiata. È qui che la mattina del 10 luglio 1991, strangolata nella camera da letto della sua villa lussuosa, trova la morte la splendida quarantaduenne contessa Alberica Filo della Torre. Chi l’ha uccisa e perché? Lampi sinistri e ombre cupe avvolgono il mistero dell’Olgiata che, se non fosse una spaventosa tragedia, avrebbe in sé gli ingredienti più sofisticati del grande giallo d’autore. In esclusiva per le telecamere di “Ombre sul Giallo”, parla il pubblico ministero Cesare Martellino che, all’epoca dei fatti, ha condotto le indagini.

 




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30 marzo 2007

women's studies o chiacchiere da salotto?



women's studies o chiacchiere da salotto?

Si può fare opinione, cultura, informazione in qualunque luogo.
Non è lo spazio tra le mura o la targhetta sulla porta ad accreditare
il valore di quanto si discute o si racconta. Dalle stanze della Federico II,
uno degli atenei più prestigiosi e rinomati al mondo, nasce una nuova
rivista, “La camera blu”. Nasce nell’ambito del dottorato di studi
di genere di Lettere e Filosofia, un organismo che da anni coinvolge
docenti dell’ateneo e istituzioni accademiche straniere.
La rivista, edita da Filema, si propone come spazio di rilettura dei saperi,
in un’ottica che favorisce il punto di vista femminile senza comunque
trascurare il confronto. Il titolo però, più che riportare alla mente le
smisurate e autorevoli aule dell’ateneo, sembra voler ricordare come
un circolare di idee possa partire anche dalla comodità e dall’intimità
di un salotto privato. Suggestioni a parte, Laura Guidi racconta che
esiste un richiamo storico letterario preciso per la scelta di questo nome:

 

La camera blu fa riferimento alla camera da letto in cui
Caterine de Vivonne, marchesa di Rambouillet, riceveva le sue amiche,
le “preziose” nella Francia del XVII secolo. La camera azzurra di Caterine
era un luogo di conversazione, in cui il gruppo di amiche sperimentava
una libertà di espressione impossibile negli spazi ufficiali. Era uno luogo
materiale e simbolico in cui le differenze soggettive potevano essere
formulate, in una società la cui cultura ufficiale assoggettava ogni diversità
a un principio gerarchico, maschile ed omologante. Abbiamo scelto un titolo
che alludesse ad una genealogia di pensiero femminile, che durante secoli
di storia ha fatto emergere l’esistenza di soggetti molteplici, della differenza
come valore positivo.

 

Una rivista di donne destinata solo alle donne?

Né l’uno, né l’altro. La rivista vede diverse presenze maschili sia nella redazione che tra i collaboratori ed ha già trovato diversi lettori. La valorizzazione della soggettività e delle differenze non è un’esigenza esclusivamente femminile (né, del resto,  è condivisa da tutte le donne). La rivista si propone a tutti coloro che – quale che sia la loro identità “biologica” – si riconoscono nel suo progetto culturale.

In che modo la Federico II è coinvolta in questo progetto?

L’ultimo numero della Newsletter della “Federico II” è interamente dedicato agli studi di genere promossi dall’Ateneo, tra cui il Dottorato in Studi di Genere, da cui nasce la rivista. Questi studi rappresentano uno dei punti qualificanti del progetto culturale complessivo dell’Ateneo.

Nel primo numero avete scelto di affrontare il rapporto donne- guerra. Un esordio impegnativo. Perché questa scelta, in che prospettiva è stata affrontata?

La scelta di fondo è stata quella di dar voce a esperienze di donne le cui vite vengono trasformate dalla guerra: dalle inglesi per le quali la seconda guerra mondiale rappresenta non solo lutti e bombardamenti, ma anche una positiva rottura della routine domestica, al pacifismo accorato di Christine de Pizan, la grande scrittrice  del XV secolo, alle militanti del movimento di liberazione algerina costrette a subire, oltre alla violenza francese, anche il maschilismo dei propri compagni di lotta. Ma si dà spazio anche a interventi di taglio diverso, come quelli  di G. Ferraro, di M. Meriggi, di F. Sanguineti, che sviluppano una riflessione critica  sulle scelte politico- istituzionali relative alla guerra, nel passato come ai nostri giorni.

Un' anticipazione sul prossimo numero?

Sarà dedicato al tema del “corpo”, sviluppato attraverso approcci disciplinari diversi: dalla psicoanalisi, alla filosofia, alla storia, alla letteratura.

Gli studi di genere hanno incontrato un grande incremento negli ultimi anni. Frutto dell'ennesima moda o semplicemente una nuova forma di coscienza nata dalla contingenza storica?

Credo che oggi la maggior parte delle donne – e anche qualche uomo – siano stufe/i di una tradizione culturale che presenta l’umanità come se fosse costituita solo da uomini, oppure da astratti soggetti “neutri” e “universali”, e avvertano l’esigenza che i diversi rami del sapere - la storia, la letteratura, la filosofia, la psicologia, ecc.- rappresentino la società in modo meno distante dalle esperienze e dalle percezioni delle persone reali.

 

www.campaniasuweb.it  




permalink | inviato da il 30/3/2007 alle 20:8 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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