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15 marzo 2016

Camille Claudel di Anna Maria Panzera

È un lungo piano sequenza a introdurci in questo saggio, un lungo carrello che si muove dalla stazione la Gare Paris Saint-Lazare, fino a rue de Rome, fino al doppio scalone che collega la strada ai binari, fino al civico 89. Anna Maria Panzera, scrittrice, storica dell’arte, si assicura che poche condizioni siano chiare, potrebbe essere il 1890, fate un po’ voi, scegliete il mese, ma che sia di martedì, non abbiamo alternative. “Camille Claudel” è il suo ultimo lavoro (L’Asino d’oro Edizioni), un testo sulla geniale artista, tra le poche scultrici della storia dell’arte, allieva e amante di Auguste Rodin. L’autrice ci lascia un momento sulla porta, bussiamo, aspettiamo, fino all’apertura, due donne fanno capolino. Il nostro carrello non si interrompe, il nostro sguardo coincide col suo movimento. Una casa essenziale l’interno, pochi dettagli una cura scarna, se non fosse per i quadri alle pareti: «Tra i dipinti, riconoscerete lo stile inequivocabile di Édouard Manet: un paesaggio marino, un bozzetto con Amleto e lo spettro, un ritratto del padrone di casa. Occhieggiano in un angolo un acquerello di Berthe Morisot, i fiori preziosi di Odilon Redon, un’acquaforte di James Whistler. Ecco un piccolo gruppo scultoreo di Rodin: un fauno dall’aspetto ferino che si aggrappa a una ninfa stordita. C’è anche un profilo maori realizzato in legno da Gauguin». Adesso siamo al cospetto del padrone di casa. Se il coraggio ci sostiene, sediamoci. Stéphane Mallarmè, il vate del simbolismo francese. Dopo di noi, se siamo fortunati, potrebbero arrivare Pierre-Auguste Renoir, Edgar Degas, Edvard Munch, Claude Debussy, Paul Gauguin, Paul Verlaine, Paul Valéry, Auguste Rodin, Oscar Wilde, André Gide, Rainer Maria Rilke… Ma questa storia è un’altra storia. Il salotto è un pretesto, è la descrizione di una magia, di un tempo inafferrabile, di versi, simboli e narrazioni antiche. Il prologo è quasi l’antitesi al racconto stesso. La magia eterea dell’ispirazione che s’infrange contro il sudore, il sacrificio, le mani spezzate dalla fatica, la mente che vacilla sotto la pressione del lavoro e dell’ispirazione. Una sinestesia. La nostra è piuttosto la storia di una donna e del suo amore. La scultura. Lontano dalla leggenda, dal cliché lacrimable che da sempre ha avvolto il personaggio di Camille Claudel, questo libro racconta la passione di un’artista, il sacrificio, la resistenza, la disciplina. È una donna che si misura con la materia, si misura con un’arte che non è femminile, ci vuole forza e tenacia per affrontare un pezzo di marmo, ci vuole determinazione fisica per farne uscire quello che vi è nascosto all’interno. In nessun caso Anna Maria Panzera cede alla tentazione di far scivolare il suo lavoro di ricerca nel luogo comune, nell’immaginario (anche comodo) che vorrebbe l’allieva vittima del maestro, che vorrebbe la follia, irrinunciabile alter ego del genio. Lei stessa rinuncia al lusso dello scrittore, lei stessa è un’artista che baratta pagine e pagine con una buona ispirazione. Come una pittrice con la sua tela, come una scultrice con il suo prezioso pezzo di pietra. Lo spazio è poco, toglie il superfluo. Il libro si trova così a muoversi in un fluire appassionate, le opere si alternano nella narrazione a corollario e a conferma che questo percorso esiste, che la scultrice ha reso in opere la sua stessa biografia. La Valse, una delle sue opere più celebri (1895 – 1905) un equilibrio precario, una danza che si tiene sulla forza e la necessità di tenere in piedi il danzatore, mentre la figura femminile, quasi trattenuta a terra dal panneggio dell'abito ci offre numerose sfumature di interpretazione: è lei che tiene salda tutta la costruzione danzante, collegando terra e aria, o è lei che non può volare, perché ancorata a terra dalla pesantezza maschile? Camille ha interrotto la relazione con Rodin, sconfitta dalla certezza che lui non lascerà mai Rose Beuret, la sua compagna di una vita. L’ispirazione di questi momenti la porterà alla realizzazione di un’altra opera interessantissima, Les Causeauses, 1897, il gruppo, onice e bronzo la miniatura di una scena dal vero. Un gruppo di donne che si scambia confidenze, una piccola fortezza emotiva, una protezione di voci femminili, quella rete di solidarietà che probabilmente le manca, isolata dalla famiglia, modella/ artista tra altre come lei, coperte da una coltre di anonimato. Un paravento che racchiude e protegge, che crea intimità. Seguiamo il fluire della storia, attraverso le pagine e le opere, fino allo straziante addio de l’Age mûr (1902 circa) dove l’uomo si allontana avvolto da una presenza femminile, lasciandola indietro. Paul Claudel scriveva: "Mia sorella Camille, implorante, umiliata, in ginocchio, lei così superba, così orgogliosa mentre ciò che si allontana dalla sua persona, in questo preciso momento, proprio sotto i vostri occhi, è la sua anima". Rodin il genio che si muoveva sulla rotta della perfezione michelangiolesca, ispirato fino alla sublimazione dal grande maestro italiano, subisce invece un cambio di direzione, è Camille che lo ispira, che gli infonde una nuova sensibilità, meno artificiosa, lui si ispira dalla sua stessa arte. Camille non si libererà mai da questa ossessione, dalla sua ispirazione rubata, dal suo talento perduto nelle mani dell’uomo che l’ha rifiutata. Inizia così la sua pazzia? Con quanta cura Anna Maria Panzera racconta il rapporto della Claudel con il suo marmo, siamo lì a leggere di marmo e troviamo raccontata una storia d’amore. C’è tutta la fisicità di una storia d’amore in questo saggio, che se non rischiasse di apparire riduttivo, per la categoria, potremmo addirittura considerarlo un romanzo. Un romanzo che sceglie- esattamente come nella scultura- di asportare, di togliere. Anna Maria ha tolto l’intrattenimento, ha lasciato i colpi di martello. Ad ogni tocco di marmo viene fuori un’opera, ad ogni opera conosciamo un pezzo di questa storia, una storia d’amore, di arte, di perdizione, di morte. Una storia di viaggio. Rarissimo che venga il desiderio di partire in un romanzo, meno che mai in un saggio. Eppure noi vogliamo essere certi che questa storia, sia andata proprio così. Vogliamo salire quelle scale, di martedì, vogliamo arrivare al capannone dei marmi di Carrara e affacciarci per vedere la confusione dell’ispirazione e della maledizione del talento, vogliamo confermare, vogliamo confutare, vogliamo prendere le parti di Camille, vogliamo prendere le parti di Rodin.

28 giugno 2011

Luciana Viviani



La prima volta che si è sentita orgogliosa di essere italiana? Luciana Viviani non ci pensa
più di un momento: «
Quando i comunisti del dopoguerra portarono diecimila bambini napoletani a mangiare in Emilia Romagna, ospiti dei compagni, in un lungo viaggio estivo, contro la fame e la miseria della città più bombardata d’Italia». 

Il cognome non lascia dubbi sulle origini, Luciana, classe 1917, è figlia del celebre drammaturgo napoletano: «Lui era quello scomodo, non come De Filippo, lui squarciava i veli per vedere fino in fondo, affondava le mani, tirava fuori la vita che palpita. La voglia di parlare con la gente me l’ha trasmessa lui».
È lei tra le organizzatrici dei treni della solidarietà, tra le promotrici del Comitato per la salvezza dei bambini, ex partigiana, militante dell’UDI, tra le fondatrici del PCI a Napoli, tra le prime donne in Parlamento, deputata per vent’anni, dal 1948 al 1968: «
Andammo a prendere i bambini nelle zone più sofferenti, i vicoli, dal Pallonetto al Vasto, a Montecalvario…lottammo contro i pregiudizi della gente verso il partito e la campagna denigratoria delle parrocchie: si diceva casa per casa che i bambini sarebbero stati deportati in Russia. I primi a partire furono i figli dei compagni per dare l’esempio». Prima di tutto, bisognava conquistarsi la fiducia della gente: «Ero abituata alle situazioni difficili. Per anni sono stata il megafono di tanta gente della mia città, la sola a cui era dato il permesso di fare comizi nei quartieri pericolosi. Ero la figlia di Viviani, scortata dai compagni di partito e spesso da qualche caporione che alla fine  del comizio “controllato” mi diceva con devozione, saluti a vostro padre». 
Una ragazza del secolo scorso, che parla del comunismo senza perdere l’ironia (Rosso Antico, Giunti Editore), una vita vissuta: «
Un piede dentro e uno fuori, perché tutto si deve amare, ma niente ci deve incatenare». Per questa ragazza partita dal suo Sud a un altro Nord, a militare per l’indipendenza femminile contro il padre padrone nelle fabbriche che vanno verso est; il Centro e Roma, la capitale della politica istituzionalizzata, lontana dai palchetti malmessi, i megafoni storti, le lunghe camminate a piedi prima di trovare la piazza: «I compagni di Vittorio Veneto mi accolsero con curiosità e quell’atavica diffidenza per tutto ciò che sa di  meridionale. Alle riunioni bestemmiavano e non c’era nemmeno una donna. Inveivano contro i preti, i potenti della DC e principalmente contro di Lui, il conte Gaetano Marzotto, il lupo capitalista sotto le vesti d’agnello». E lei che, fra una bestemmia e l’altra, chiedeva di incontrare le operaie tessili, intimidite dalla famiglia e dalla chiesa, quelle che andava di nascosto a incontrare direttamente nelle fabbriche. Tutt’altro comunismo il partito napoletano: «Che voleva in Italia, come avevano fatto in Russia:  ti trovavi “gomito a gomito, il compagno operaio, artigiano, professionista,  intellettuale, sofistico, il compagno magliaro, contrabbandiere, ladruncolo, piccolo camorrista: sia la compagna tutta casa e figli, che la compagna prostituta, una composizione tumultuosa uno spaccato variopinto, un miscuglio autentico della città».
Se dovesse scegliere un momento della sua vita da raccontare?: «
Adoro i cavalli e la vela, i giorni  passati a dominare l’acqua delle belle vacanze sull’isola Capri, il periplo dei faraglioni a nuoto».  Figuriamoci se  le sembra che valga la pena ricordare  del Patto Atlantico e della lunga battaglia d’ostruzionismo in Parlamento, l’11 marzo del 1949 e 170 deputati del Fronte, dell’impegno tutto sulle sue spalle, che dovette parlare per ore, fino a sfiancare i presenti, quei deputati che quasi avrebbero preferito rinunciare, o la caduta del muro di Berlino, la fine di un sogno, l’inizio di un altro.






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30 gennaio 2009

in uscita il 12 febbraio "Vento scomposto" il romanzo di Simonetta Agnello Hornby

 



Vento scomposto” è il bucato attorcigliato sulle corde. Steso al sole e tormentato dal vento. Simonetta Agnello Hornby sceglie questa immagine per il suo ultimo libro, in uscita il 12 febbraio per Feltrinelli. Avvocato siciliano, si trasferisce a Londra per amore e da lì avvia la sua carriera di assistente legale, occupandosi soprattutto di diritto di famiglia per le comunità nera e musulmana. Sotto inchiesta, nel suo ultimo romanzo, finisce prima di tutto il Children’s Act, provvedimento ammirato da tutto il mondo, che nel 1989 rivoluzionò il sistema legale inglese in tema di minori, e rischia oggi di trasformarsi in un inutile groviglio burocratico: «Noi avvocati inglesi lo chiamavamo la Rolls Royce dell’assistenza pubblica. Secondo la legge il minore ha diritto a un suo tutore legale e a un suo avvocato a spese dello stato, sia nei casi di divorzio che di abuso- specifica l’autrice- la legge sostiene le famiglie e tutelare i minori; ma per far sì che il processo riesca, dovrebbe essere basato sulla collaborazione: c’è troppo attrito tra gli avvocati, i guardians (particolari assistenti sociali) e i periti, che godono di un diffuso senso di impunità». La struttura è quella già collaudata nei lavori precedenti, un romanzo che si snoda con i tempi e i ritmi di un “poliziesco, dettati da documenti legali e deposizioni. Personaggi e fatti si intrecciano con la maestria di un regista teatrale, si ponderano entrate e uscite di scena. L’argomento è di quelli più disturbanti, un processo per pedofilia. L’accusato è un giovane padre di famiglia, esponente della “Londra bene”, un’esperienza molto lontana dall’idea borderline a cui spesso si pensa per questo tipo di reati: “Mike aveva gli occhi iniettati di sangue e la pelle grigia. Aveva ascoltato senza battere ciglio. - Prima di procedere, Mr Booth, voglio sentirle dire che lei non mi crede un abusatore sessuale./ - Se lo asserissi sarei uno stupido e, peggio, sarei anche un cattivo avvocato. Io devo esaminare ogni brandello di prova con mente aperta e dubitarne esattamente come il giudice- rispose Steve- Prendere o lasciarea”. L’avvocato descritto nel romanzo è un uomo distaccato, a tratti cinico: «Considero la pedofilia il reato peggiore in assoluto- racconta l’autrice- Lo affermo con la stessa tenacia con cui posso dire che il momento in cui si lavora a questi processi è drammatico, la tensione è enorme e così lo sforzo di restarne fuori, lasciando che il giudizio personale non offuschi l’azione professionale – e aggiunge- io sono Steve Booth, l’avvocato dei Pitt, solo che non innaffio le felci». E la figura dell’avvocato Agnello Hornby non è la sola verosimile nel romanzo: « Vento scomposto ha una genesi molto complessa. È la storia di un mio cliente. Da quando abbiamo risolto la sua causa ho sempre pensato che la gente avrebbe dovuto sapere quello che era successo». Lentamente “la controparte” acquisisce indizi e informazioni sempre più dettagliate. Mike Pitt, innocente o colpevole, si scopre circondato da una rete di “persone perbene”, insospettabili. Anche nei passaggi più tormentati si assume il distacco del reperto processuale: la voce delle bambine, l’interpretazione dei disegni, le indagini imbarazzanti, hanno la fredda analisi della giustizia. La scrittura non si attarda mai sull’aspetto morboso. Lo “stile legale” è l’antidoto migliore: “- Che tipo di toccare? / - Qui e lì. [Amy si indica le parti intime e il sedere]/ - Lo stesso tipo di toccare che non ti è piaciuto?/ - Sì./ - Pensi che il tipo di toccare di Lucy fosse in qualche altra parte del corpo dei grandi? […] Ti ricordi che abbiamo parlato della bocca? Il dentro della bocca. Qualcuno ti ha mai toccato dentro la bocca?”. Mike Pitt ha abusato della figlia di pochi anni? I piani sono volutamente indefiniti, la sessualità, carica delle sue naturali ambiguità, si deforma: “I suoi sensi si risvegliarono e si acuirono come mai prima e ondate di piacere si susseguirono intense diramandosi in tutto il suo corpo, deliziosamente. I demoni, pulsanti e danzanti, scesero su di lui e se lo portarono in un orrido mondo dove Mike ritrovò la ragazzina di Siracusa: lo eccitava. Mike odiò quel piacere”. Una condizione tutt’altro che romanzata descrive l’autrice: «La persona inquisita vive in uno stato di agitazione. Parliamo di un’accusa che genera una valanga sociale. I confini sono labili e il livello di autosuggestione è sconvolgente. Le cose più semplici, i piaceri più comuni vengono messi sotto inchiesta. Mi raccontano, le mogli, che spesso si torna ad una vita sessuale più antica. Si dice ad esempio che nei periodi di guerra, come in quelli di lutto, aumentino le incidenze delle nascite. È il bisogno di autoconservazione».

Dopo due romanzi di successo, La Mennulara e La zia Marchesa, legati alla Sicilia, Simonetta Agnello Hornby si allontana e si sposta su un’altra isola, l’Inghilterra. L’Italia è solo una finestra che si apre per brevi istanti tra le pagine: «Raccontare Londra è stata una sfida, ma io resto siciliana. Il mio sguardo, anche se lontano, rimane vigile, non si distrae – e a proposito degli ultimi fatti di cronaca, legati alla questione Lampedusa e l’immigrazione, un argomento che lei conosce bene aggiunge- Provo grande rammarico. L’Inghilterra ha accolto da sempre flussi migratori di ogni tipo e solo nel dopoguerra, quando c’è stato un afflusso notevole, diverso da quel 5% di immigrati di colore perfettamente integrati, si sono avute esperienze di intolleranza. Arrivarono in massa, voluti per impiegarli soprattutto nelle mansioni che gli inglesi non facevano più da anni. Il governo ha rimediato con misure legali potenti: le leggi contro il razzismo, per le pari opportunità… “positive discrimination (misure per la protezione di persone svantaggiate, per un’uguaglianza di fatto); spesso messe a punto con una “politically incorrect, che a me non piace. Oggi vedo una Sicilia triste, senza speranza. La corruzione è una condizione che c’è sempre stata, un’eccezione con cui si faceva i conti, ma adesso, ho quasi l’impressione che sia diventata la norma di cui nessuno si stupisce più».




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21 dicembre 2008

intervista: parla Curzia Ferrari, l'ultimo amore di Quasimodo

 





“Questo libro non avrei voluto scriverlo. Mi tratteneva la remora di tornare su un personaggio che ha fatto parte della mia vita, pur essendo ormai sentimentalmente archiviato, come la legge del tempo impone”.
Èquesta l’introduzione che Curzia Ferrari, ultimo amore di Salvatore Quasimodo, fa al suo libro Dio del silenzio, apri la mia solitudine”(Ancora Editore). Lo incontriamo negli ultimi anni della sua vita, alle prese con il successo mondiale ottenuto nel ‘59, ma ancora “fragile e tormentato”, come lo definisce la sua compagna, alla ricerca di piccoli trionfi (“Nobel riconosciuto ed ossequiato, girava con i ritagli dell’«Eco della Stampa» in tasca per mostrarli al panettiere e al fruttivendolo”) e di grandi risposte. «Dio resta per lui un desiderio insoddisfatto che a lungo lo lascerà prostrato- racconta la scrittrice- una ricerca esistenziale e letteraria, da cui muovevano le nostre discussioni interminabili, quel cammino parallelo che mi trovava un passo più avanti nella fede, a porgergli una mano».
Il libro è un passaggio di scritture e stili che si adeguano di volta in volta agli argomenti critici, mistici, letterari. Di cronaca, di storia e di biografia, ma questa solo a tratti. Si parte dalla fede, dall’impossibilità di andare oltre il decimo libro di Sant’Agostino, quando il santo filosofo trova la fede e Quasimodo poeta non resta che una presenza rassegnata del suo stesso scetticismo: si attraversa la vita di quest’uomo “ un po’ arabo, molto greco e, scrisse Vittorini, a tratti anche spagnolo”. «Carne, decisamente- aggiunge Curzia Ferrari- un uomo ricco di fisicità, quella stessa che riempì il nostro intenso rapporto. “Senza di te la morte”, mi scrisse, e me lo ripeteva ogni volta». Geloso e possessivo, amante ardente che difficilmente accettava di avere accanto una donna indipendente, una giornalista, una traduttrice, una lettrice appassionata di Dostoevskij, che si nutre di letteratura russa e dei suoi temi esistenziali.

È un testa a testa difficile, lungo intenso, un confronto a tratti cruento, con i due guerrieri obbligati al riposo. Le interminabili discussioni sulla fede, sulla vita, la difficoltà di gestire questa passione bruciante: «Sono diventata una donna al suo fianco, determinata a non cedere mai di un passo la mia indipendenza. Un investimento emotivo enorme, lui era un uomo totalizzante, non accettava l’idea che io non appartenessi solo a lui, che la mia intelligenza non fosse solo al servizio delle sue riflessioni». Ciononostante, è lei il suo punto di riferimento, spirituale e fisico. C’è un freno intimo nel racconto, un privato che si libera solo a tratti, come quando racconta che era solito scriverle poesie d’amore sui fazzolettini al bar o tartassarla di telefonate perché morso da una profonda e lacerante gelosia. Scopriamo che è stato per lei un’amante ardente: “lettere ad alta temperatura erotica” scrive Giovanna Musolino, parlando del carteggio tra Quasimodo e la Ferrari, ma anche a questo punto, un pudore naturale nasconde il nocciolo segreto, non ci concede di andare oltre. Come faceva a fargli confessare i suoi tormenti? “Certe confidenze – forse le più alte e le più autentiche, fatte col sangue che batte contro sangue – vengono fuori fra le braccia della donna amata, dopo l’impeto della dedizione. Sacrali e irripetibili” racconta nel libro, e aggiunge a voce: «Con grande tenerezza ricordo i momenti in cui mi guardava dormire. Restava a fissarmi paragonando il mio sonno alla morte. Una visione completamente lontana dall’idea della fine, vicina piuttosto all’idea dell’inizio. Quasimodo ripeteva “Thanatos Athanatos”, la morte della morte. Come dire che l’immobilità è la perfezione- e aggiunge- Quando avrò finalmente la donna mia di marmo… racconta in una delle sue poesie, la bellezza che non passa, che non è l’attimo, non è l’agitazione, non è il fare l’amore, che pure era una cosa bellissima, ma il dopo, il vedermi ferma accanto a lui, l’amore sublimato. Una pace spirituale lontana, non a caso lui preferisce scrivermi “prepara il nostro letto di vivi”, nella splendida Poesia d’Amore, una delle poche cose sue che ho esposte qui, in casa».
Si sfogliano le pagine e ci si ferma a guardare gli scatti in bianco e nero allegati al libro. Come una lucertola, è immortalato a rubare un raggio di sole nella primavera del ’65: Curzia Ferrari lo coglie appoggiato a un muro, in uno dei loro segreti giochi d’amanti; un espediente, la fotografia, inventato da lei per alleggerire la tensione, per cogliere nel privato il suo uomo: “Una posa da attore, perché il gusto della scena ce l’aveva nel sangue, dico nel libro, ma la mia idea nel fotografarlo, era trovare un modo per ridere. Ridevamo delle sue pose strane, delle situazioni buffe che si creavano. Non avevamo molti spunti di risate. Allora ero io a smorzare i momenti più cupi. Il più delle volte ero io a sorridere di lui perché veniva da me proponendomi cose stravaganti per lui normalissime, sorridevo delle piccole stranezze che faceva. Salvatore del resto era un uomo dalla forte ironia, un’ironia a volte tagliente». Nel libro si racconta a passi veloci la sua incapacità diplomatica, quel non aver saputo mai mediare, anche politicamente: «Detestava ogni forma di potere, ogni gerarchia. La sua ironia era geniale ma non l’ha mai circondato di consensi».
Di Montale la Ferrari racconta che erano soliti cambiare marciapiede quando spesso si incontravano in via Brera, ma più complesso è il racconto che fa del rapporto che Quasimodo ebbe con altri due personaggi di spicco della cultura italiana: «In quanto a rapporti conflittuali non posso non ricordare quello con Oriana Fallaci, nato durante un’intervista. In un suo libro lei lo mise tra gli antipatici, lui la ricambiò con un orribile epigramma. Eccessivo a mio parere. Ho molto amato la Fallaci. L’altro personaggio con cui non andò mai d’accordo fu Pasolini. Mi viene ancora da sorridere pensando al suo commento alla notizia del Premio: “La giuria del Nobel, premiando Quasimodo, ha fatto del male soprattutto a lui”. Ovviamente per “lui” Pasolini intendeva Quasimodo, non se stesso (ride ndr). È stato uno straordinario saggista, ma non credo abbia capito molto di poesia. Dal canto suo Salvatore continuò a pubblicare epigrammi taglienti e non fece nulla per ingraziarsi quei circoli e salotti a cui non amava prendere parte e da cui non vedeva l’ora di fuggire. Ricordo il modo in cui mi tormentava di bigliettini passati sotto al tavolo, al ricevimento di turno. Portami via, seguitava a ripetermi in mille modi. Io sapevo che era impossibile e cercavo di intrattenerlo e distrarlo- e conclude- non era fatto per la politica. Ci tengo del resto a sottolineare che Quasimodo, come tutti i poeti, non capì mai niente di politica, sebbene il suo coltissimo discorso a Stoccolma, in occasione del Nobel, si intitolasse proprio “Il poeta e il politico”. Di base credeva che il poeta debba cercare la sua Verità, ma non è detto che la trovi, anzi, è quasi certo che non la troverà, ma sa comunque che è una sola e non può cambiarla per un’occasione più utile».


Curzia Ferrari
Dio del silenzio, apri la mia solitudine”(Ancora Editore).






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3 novembre 2008

Il Riformista: parla l'autrice del Maometto in rosa




Maometto ama le sue donne. Ne apprezza la sensualità, ne gode i piaceri, perdendosi tra le loro braccia. Dodici amanti, tra mogli e concubine, arrivano per lui da tutto l’Oriente. Il Profeta le accoglie. “Per strategia politica”, dice. Sherry Jones sceglie di raccontare le sensazioni della terza moglie, la sposa bambina, colei che convolò a nozze ad appena nove anni. “A’isha, l’amata di Maometto” è prima di tutto un romanzo d’amore, nonostante sia stato oggetto di scandalo per musulmani che l'hanno preso di mira un po' in tutto il mondo.In Italia, lo pubblica Newton Compton. «Fu lei la moglie più giovane e amata. Avevano quarant’anni di differenza- racconta l’autrice, che nel romanzo tratteggia profili privati di personaggi universalmente noti, come Maometto, e personaggi meno conosciuti in Occidente, come la stessa protagonista- Secondo la tradizione musulmana, si fidanzò con lui a 6 anni. Gli studiosi non concordano sulla sua reale età e su quando gli si sia concessa fisicamente. Tuttavia non vi è alcun dubbio sul fatto che inizialmente il matrimonio rappresentasse un’alleanza politica, prima di tutto». Siamo nell’Hijaz del settimo secolo, nell’Arabia Saudita occidentale non lontano dalla costa del Mar Rosso. Il romanzo si apre con un tuffo nei colori e negli odori dell’Oriente, siamo dondolati dal vento del deserto, persi nelle oasi lussureggianti mentre: dalle labbra di un uomo, inifluente fino a quarant’anni, sta nascendo una religione destinata a diventare una delle più diffuse al mondo. È un flashback a rapirci: la giovane sposa è fuggita, ha scelto di lasciare tutto per seguire Safwan, il vero amore, l’antico compagno di giochi. Vuole mescolarsi tra i beduini selvaggi, perdersi tra le enormi dune di sabbia, senza velo, senza restrizioni: A’isha. Ti penso tutto il tempo- le confessa il giovane, ad un passo dalle sue labbra- Non riesco a smettere! È come se avessi una febbre e stessi delirando… Devo averti Aisha. Vieni via con me. Sembra che il destino dell’Islam sia nelle mani, e nel cuore, di una giovane sposa, educata per diventare consigliere politico, guerriera, studiosa di lettere e religioni, moglie di uno degli uomini più carismatici mai vissuti. Sarà una lunga notte per lei, combattuta tra vecchi desideri e i doveri del nuovo status. Sullo sfondo restano i tormenti di Muhammad, Maometto, perso nel dolore personale più che preoccupato dello scandalo che sta per abbattersi su tutti loro. A’isha tornerà, già alla fine del primo capitolo, perché l’amore non è quello che senti, ma quello che fai. Vuole essere degna del ruolo che Allah le ha destinato, il compito di ricordare al Profeta l’impegno assunto verso le donne: “Maometto era un visionario, con il pallino di una nuova comunità nella quale tutti sarebbero stati uguali, occupandosi gli uni degli altri, amando Dio. Inorridiva nel vedere la crescente disparità tra poveri e ricchi in una Mecca sempre più commercialmente florida. Era un rivoluzionario. Era un uomo attraente e carismatico, conteso tra la gelosia delle sue donne». Figure femminili che nel libro appaiono tutt’altro che sottomesse: “Sull’emancipazione femminile, fu costretto a un compromesso, i suoi seguaci maschi si ribellavano all’idea di uguaglianza. Le prove storiche dicono che sarebbe andato molto al di là, se fosse dipeso solo da lui. Del restoaggiunge la Jones- si rivolgeva loro per consigli politici. Le incoraggiava – soprattutto A’isha – a rivelare liberamente ciò che pensavano. Le ammise nel ristretto gruppo dei consiglieri, i suoi Fidati: diede loro diritti di cui prima non godevano, come quello all’eredità. Qualcosa di molto progressista, considerando che le donne americane non avranno questo diritto fino alla svolta del 20mo secolo». A’isha ha fatto scandalo, ma sarebbe stato diverso se avesse raccontato la Vergine Maria come una guerriera sensuale tormentata da un grande amore?: «Che Idea!! Sarà il mio prossimo libro».








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26 settembre 2008

oggi sul riformista




Dicono sia la risposta a Cuori neri e in effetti potrebbe esserlo, ma l’ultimo libro di Cristiano Armati, Cuori Rossi (Newton Compton), è soprattutto un’immersione nei meandri della memoria. “Una raccolta di storie - racconta l’autore- dal 1944 ai giorni nostri, con grande attenzione alle vicende degli anni Settanta, ma non solo”. Che sia un libro di parte è evidente, l’autore stesso non lo nasconde. Ma quale parte? Tutt’altro che buonista, la selezione di Armati ha compreso protagonisti e vicende controverse, biografie difficili da metabolizzare, sottolineando che il diritto alla memoria è anche qualcosa che non ci piace, nonostante spesso lo si dimentichi. Lo scopo finale è quindi ben diverso dalla volontà di intessere lodi o ritagliare santini.
Le cinquecento pagine si aprono con un interrogativo sul ruolo delle forze occulte che, nell’ultimo mezzo secolo, hanno tramato contro le voci impegnate a chiedere dal basso il riconoscimento di diritti fondamentali e il rispetto della democrazia. La soluzione può arrivare un rigo dopo parlando di licenza di uccidere che ha spezzato le vite di donne e uomini, spesso giovanissimi, uniti da una passione vecchia come il mondo […] uguaglianza, libertà, fraternità, o non arrivare per niente, perché l’idea del libro non è dare spiegazioni, ma fornire informazioni. Armati è bravo a delineare il mezzo profilo della narrazione (la sua metà), lasciando chiaramente intendere quella che manca, attento ad emozionare come un narratore, senza trascurare- con minuzia di particolari- date e luoghi.
Si restituisce vita a un elenco interminabile di vittime rosse, militanti o simpatizzanti di sinistra uccisi dai neofascisti e dalla polizia. Un folto gruppo di biografie raccolte per “stagioni”, protagonisti che hanno caratterizzato il fenomeno della protesta con il protagonismo di categorie non sempre immediatamente riconducibili a una particolare classe sociale. Si parte dalla Strage del Pane (1944), i braccianti e contadini senza terra e senza niente, l’acciaio in tempo di pace e in tempo di guerra di Terni e le Fonderie Riunite di Modena alla fine degli anni Cinquanta; gli anni Sessanta e “ragazzi con le magliette a strisce”, gli anni Settanta e il nuovo volto della contestazione, le facce del popolo dei “non garantiti”, la “Nuova sinistra” che sceglie un profilo internazionale quando, alla battaglia per il diritti al lavoro, alla casa, allo studio, affianca Cuba l’Angola, la Corea, il Vietnam… Un’enciclopedia di tracce da seguire, che si permette perfino di lasciare scorci sospesi, angoli illuminati su cui altri potrebbero tornare: i suicidi in carcere e gli stupri politici, questi ultimi così vicini a quel mondo femminile che trae dall’esperienza della sinistra una spinta verso l’emancipazione. Si toccano argomenti delicati come gli ideali partigiani, sistemati alla base dei valori nazionali, ma così profondamente scomodi, si accenna al rapporto tra la mafia e il fascismo, ma più di tutto, si torna sulle persone. Vittime spesso non designate di un contesto repressivo che mira soprattutto a punire atteggiamenti, valori e ideali diversi. Nel libro si alternano combattenti impegnati, contestatori, uomini di fede partitica e vittime casuali: “Quest’ultimo gruppo è stata la parte più complessa del lavoro che ho affrontato. Mi rifaccio al poeta Gatto per descrivere come in realtà non ci sia casualità in alcune morti. Egli sosteneva che esistono uomini che hanno in sé un destino di sacrificio. Uomini che si distinguono per impegno, coraggio, coerenza. Lui parlava di Eugenio Curiel, che spesso usciva dalla clandestinità nella quale era protetto per andare a confrontarsi con la gente. Il partigiano, direttore dell’Unità, ha trovato la morte in una di queste uscite. A me è venuto in mente Claudio Miccoli, il giovane pacifista napoletano massacrato a sprangate in una birreria, colpevole di essere intervenuto per difendere un giovane studente sconosciuto”. Ucciso a Piazza Sannazaro nel 1978 perché sulla testa, ha un cespuglio di capelli. E sulle guance scarne del suo profilo ascetico si staglia una barba imponente. Per i fascisti non c’è alcun dubbio: si tratta di una zecca. “Claudio Miccoli mi fa venire in mente Nicola Tommasoli, ucciso a Verona il primo maggio 2008. Questa volta non era la barba ma il codino” conclude Armati.




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28 marzo 2008

anna karenina: 5 ore ma non li dimostra

 


C’è un presagio alla base di tutto. Un indizio lasciato lì dal Destino, che giace trascurato sul palcoscenico, sballottato qua e là con poco interesse. È la base di un segnale, è l’idea di un binario. Non è niente e se ne sta lì nel mezzo per gran parte dello spettacolo, assumendo un ruolo determinante nella prima e nell’ultima scena. Anna Karenina, l’opera di Tolstoj in scena al Mercadante fino al 6 aprile per la regia del lituano Eimuntas Nekrošius, è nella sostanza molto fedele al romanzo. Come il romanzo è suddivisa in capitoletti- scenette- quadri; intesse e intreccia storie che compongono un percorso ciclico: nasce e muore sui binari di un treno. La protagonista, una colta donna dell’aristocrazia russa, è giunta a Mosca per intercedere in favore del fratello fedifrago e risolvere una banale questione di tradimento familiare. Alla stazione conoscerà l'ufficiale dell'esercito Alexei Vronsky, di cui si innamorerà perdutamente. Le scene si compongono sotto i nostri occhi. Mentre una porzione di storia si completa, l’altra è già dentro con tutto l’arredo da sistemare. Gli attori escono, molto spesso con movenze di danza, e si portano dietro gram parte dei pezzi. L’opera è divenire sotto gli occhi increduli e affascinati dello spettatore. Lo spettacolo è corale e femminile. Le protagoniste, come le scene, sono complementari. Gli abbracci che uniscono, separano e sigillano persone e storie sono il cuore dell’opera intera, lo yin e lo yang: è interscambiabile per intensità e forza, sintetizza pienamente l’animo di queste donne, ora vittime del destino e della società ora carnefici amorevoli degli stessi. Intensi sono gli abbracci che di volta in volta festeggiano entusiasmi e leniscono dolori: ora intensi abbracci d’amore tra amanti, ora complici e compassionevoli tra sorelle e madri e amiche. Uomini interessanti, dai profili caratteriali definiti e decisi, nulla possono contro la sensualità, la magia e le decine di molteplici e ricche sfumature delle loro antagoniste. Interventi femminili ricchi di solidarietà e complicità e commovente consolazione. E se il racconto del regista ricorda un democratico valzer in cui animi e destini alternano sorti simili, è vero anche che il momento più intenso dello spettacolo è una mazurka. Un crescendo di tensione erotica e drammatica al contempo, lasciano intendere l’ineluttabilità: una sfera rotolante verso un percorso oramai inarrestabile. L’amore ha circuito i due animi e li condurrà alla distruzione. Anna Karenina resta tra le pagine della letteratura, e su questo palcoscenico, nelle splendide sembianze di Mascia Musy, una delle eroine più intense, sincere e anticonformiste di cui sia stato mai narrato. Protagonista in un tempo e in una società che mai avrebbe messo in conto che una moglie, amata dal marito, cosa già improbabile più che rara, scegliesse un uomo diverso, e soprattutto, si concedesse quel diritto all’amore e al dolore a cui continuamente e disperatamente i protagonisti fanno riferimento a gran voce. Le donne messe in scena, con abiti bellissimi e movenze da danzatrici, sono piccole schegge di autonomia che si muovono per tutta la durata della storia. Anna rappresenta al contrario il terremoto rivoluzionario, della morale e dei sentimenti, di cui ella stessa resterà mortalmente vittima. Non si può cambiare il tempo prima del tempo? Assolutamente, il messaggio del regista appare tutt’altro; con musiche ipnotiche, movenze sinuose e tanta ironia lasciata ad alimentarsi qua e là tra i personaggi e le scena, sembra voglia sottolineare il diritto alla felicità di ciascuno di noi. L’abbraccio finale del treno alla protagonista, è l’ultimo, estremo, atto d’amore che l’autore fa alla sua creatura.










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23 gennaio 2008

Giovanna De Angelis: la Shoah delle donne


 

Mio Auschwitz, sposo, mostro fedele che non ammette né separazione, né divorzio, né silenzio…”. Che sia impossibile per i sopravvissuti rimuovere l’esperienza della Shoah, lo conferma ogni singola testimonianza. Nelle parole di Edith Bruck, riportate da Giovanna De Angelis, si avverte tutto il senso di quest’impotenza: “…convivente invisibile, indivisibile Dio del male”. È il 27 gennaio 1945, i cancelli di Auschwitz vengono abbattuti. Questo giorno sarà assurto a Giorno della Memoria: “Inizialmente nessuno voleva ascoltare il racconto dei sopravvissuti, c’era una forte resistenza, una volontà di rimozione. Non gli si credeva o più semplicemente si aveva troppo bisogno di andare avanti, di superare gli orrori della guerra appena conclusa”. L’autrice de “Le donne e la Shoah” (Avagliano Editore) sottolinea quanto questo iniziale ostruzionismo fosse rivolto soprattutto alle donne: “I racconti e le testimonianze femminili esplodono solo negli ultimi anni, fino ad ora non ve n’era quasi traccia e diversi sono stati i motivi di questo silenzio”. Si guardava con sospetto a quelle che erano scampate ai campi di sterminio, si preferiva far calare una coltre di silenzio sulla loro esperienza: “Le si invitava a non raccontare. Se si erano salvate, probabilmente, avevano fornito qualche forma di collaborazione, prestazioni eccezionali, e non solo di tipo sessuale. Erano donne, e questo bastava ad alimentare un forte pregiudizio. Si chiedeva loro di tornare alla vita quotidiana, ci si aspettava che ripristinassero le abitudini consuete. Era meglio non sapere”. Nei campi di concentramento le donne si trovano sole; gli uomini sono per lo più morti, partiti per la guerra o emigrati. Quando c’era la possibilità di pagare la cifra altissima che il Reich prevedeva per lasciare il Paese, si preferiva privilegiare loro, si era convinti che le donne e i bambini non sarebbero stati toccati. Una convinzione che sarà tragicamente smentita dall’evoluzione dei fatti: “Le donne vissero un’emancipazione temporanea, dura e dolorosa, che non credo abbiano mai rimpianto. Erano abbandonate, in balia di una situazione infernale, non erano guidate da nessuno, se non dai carnefici stessi eppure, tornare e dover rientrare nei ruoli sociali prestabiliti, come se niente fosse accaduto, è stata per loro un’ulteriore grave violenza”. Nei campi, per sopravvivere, dovettero impiegarsi nelle attività più disparate, operare nei laboratori, nelle manifatture e nelle fabbriche del ghetto, conducendo spesso i propri figli con sé. Le condizioni di lavoro erano durissime e i salari ai limiti della sussistenza. Private della rete familiare che le proteggeva, diedero vita a legami alternativi: si sostengono attraverso accordi di solidarietà, sostituiscono i rapporti parentali con relazioni pseudo- familiari, istituiscono vincoli di amicizia e di adozione. La condivisione andava dalla cura reciproca dell’igiene agli scambi di informazioni e di oggetti, agli esperimenti di animazione di gruppo con canti, recite e letture di componimenti. Legami caduchi, temporanei, destinati a durare fino alla selezione successiva eppure, in obbedienza ad una qualche legge di natura più consona alla donna che all’uomo, creavano in questo modo una possibilità di resistenza. Nei racconti emergono numerosi i riferimenti alla violazione dell’intimità ad opera degli aguzzini: la costrizione alla rasatura, alla nudità, il continuo scherno davanti alle diverse reazioni per il pudore violato, gli orrendi esperimenti scientifici a cui erano sottoposte, tragedie di gravidanze e maternità stroncate. E proprio il rapporto con i figli, l’identità di madre, è una delle ultime remore, l’ultimo limite psicologico da superare: “Il silenzio, sopportato fino alla fine, è stata una forma di protezione. Hanno scelto di risparmiare ai figli il racconto di quello che avevano vissuto, per non turbarli, per non caricarli di un’esperienza così mostruosa. Hanno vissuto per anni come un senso di colpa il non riuscire a dimenticare, il non saper tornare ad una vita normale. La disperazione e la tristezza erano presenti ma ben nascoste. Prima di parlare, queste donne, hanno aspettato che i figli crescessero, hanno aspettato di diventare anziane, libere da costrizioni, aspettative e pregiudizi sociali. Quelle che oggi raccontano, sentono il dovere di parlare, prima che si perda definitivamente la memoria di quello che hanno vissuto”.

Anche qui c’è una donna che impara a inginocchiarsi davanti all’imperscrutabilità del male…dalla sponda di una rivoluzionaria acquisizione dei mezzi e degli strumenti, per esplorare fino in fondo l’inferno della non- comprensibilità, dell’umiliazione e della sofferenza.(Hetty Hillesum, Diario 1941-43).

Agnese Palumbo
da Il Riformista
- 23 gennaio 2008









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11 gennaio 2008

Intervista a Marina Nemat, prigioniera di Teheran



- CAIRO EDITORE -


“Ovunque tu vada, il cielo ha sempre lo stesso colore”.

Sebbene il cielo appaia il medesimo, è però un’altra terra ad attendere Marina Nemat quando sbarca a Toronto il 28 agosto 1991. L’Iran è lontano e con esso i ricordi spiacevoli. “Prigioniera di Teheran” (Cairo Editore) è la sua autobiografia. Recentemente insignita del premio per i Diritti Umani del Parlamento Europeo, la scrittrice ha denunciato con grande forza le violenze perpetrate in Iran dopo la Rivoluzione Islamica e non solo: “ Spero che attraverso la mia storia il mondo cominci a giudicare gli orrori ai quali la mia generazione venne sottoposta, di come le nostre proteste furono messe sotto silenzio. Questo riconoscimento è un miracolo, mi dice che finalmente il mondo si è accorto della nostra situazione”. E aggiunge: “Non servirà a riportare in vita i morti, ma a evitare altri morti”. Al Premio è accompagnata una risoluzione, che mira a proteggere tutte le minoranze religiose, in particolare quella cristiana, perseguitata in Turchia, in Iraq, in Pakistan e non solo. È il 1982, Marina è una ragazzina, cristiana ortodossa di origini russe, viene accusata di connivenza con i rivoluzionari contrari a Khomeini. La prelevano da casa nel cuore della notte per portarla a Erin, carcere politico di massima sicurezza, che al solo nominarlo, tra gli iracheni, desta terrore. L’interrogatorio è lungo, non le risparmiano torture e violenze di ogni genere per costringerla a denunciare persone che non conosce neppure. È cristiana, è russa. È certamente una rivoluzionaria comunista secondo i suoi carcerieri. Tanta efferatezza è anche gratuita: la lista dei nomi è già pronta e lei condannata a morte.

Un istante prima della fucilazione la sentenza viene commutata in ergastolo. A salvarla uno dei carcerieri, Ali, che innamoratosene perdutamente la costringe a convertirsi all’Islam e a sposarlo. Passeranno due anni, due mesi e dodici giorni prima che le sia concesso di tornare a casa. Un lasso di tempo interminabile.

A liberare il flusso dei ricordi, quasi vent’anni dopo, è l’uccisione di Zagara Kazemi, una foto-giornalista iraniana-canadese, arrestata per aver scattato nel 2003 fotografie della prigione, colpevole di aver denunciato cosa accadeva: “Fu allora che cominciai a non dormire più”. Quel passato ingombrante riaffiora all’improvviso, di notte, mentre tutto sembra ormai sopito, risolto: il ricordo è fulminante come la consapevolezza che è il momento di parlare: “Ci sono storie che vanno assolutamente raccontate. Io per anni ho tenuto nascosta la mia, volevo dimenticare. Ricordare vuol dire rivivere. Ma abbiamo un obbligo morale, non possiamo far finta di niente. Ho ritrovato la stessa volontà di rimozione nel racconto di tantissimi iraniani, soprattutto quelli in diaspora. Un giorno, durante una manifestazione, una ragazza mi è venuta incontro piangendo, mi ha detto che sua mamma era stata ad Erin, mi chiedeva come poteva aiutarla, cosa poteva fare per lei che non aveva mai trovato la forza di parlane”. Parlare moltiplica i ricordi, aiuta la ricostruzione storica e la denuncia: “Quando ci saranno centinaia di libri scritti dai prigionieri politici iraniani cominceremo ad avere una prospettiva completa, a far luce su quanto è accaduto. Spero solo con il mio libro di incoraggiare molte altre vittime a fare lo stesso”.
La solidarietà tra le detenute è emozionante e struggente allo stesso tempo. Ragazzine innocenti, giovani attiviste, madri, donne che fondano una nuova famiglia nel dolore. Religioni e culture diverse convivono e si supportano a vicenda. Dalla prigione tutto è chiaro, i ruoli sono distinti: vittime e carnefici, buoni e cattivi, martiri e assassini, ma fuori, il mondo è diverso e anche il giudizio ne risente: “Io ho odiato Alì, mi aveva salvato la vita ma io ero morta lo stesso. Sposandolo avevo dovuto rinnegare Andre, l’amore della mia vita, convertendomi, avevo dovuto rinnegare la mia fede. Eppure, col tempo, ho dovuto rivedere le mie posizioni. Nessuno è completamente buono o completamente cattivo. È stato tanto difficile interiorizzare le sfumature dell’essere umano. Accettare che non era un mostro. Ho conosciuto la sua famiglia, lo amavano, lo consideravano un uomo buono. Non era un mostro”. Ma a parte la questione religiosa e politica, in Iran esiste anche una questione di genere.Le donne hanno solo una libertà apparente. Hanno possibilità di studiare, fare carriera, assumere ruoli di responsabilità, ma entro le mura di casa non hanno diritti, sono schiave dei mariti e dei padri: “ In Iran non è cambiato niente da quando sono andata via. Era terribile e tutt’ora lo è in larga parte. Io ho un’amica, una ricercatrice e studiosa di genetica con specialità oltre la laurea. Una donna di grande cultura, molto rispettata nel proprio lavoro. Ma quando torna a casa non conta più niente. Ha denunciato il marito per percosse e il tribunale ha solo saputo dirle che in caso di divorzio non avrà più diritti sui figli. Per legge la violenza domestica non è reato. Per un breve periodo, quello della presidenza di Katami, le cose sembravano migliorate, ma erano solo cambiamenti apparenti: le donne potevano usare il rossetto, portare lo smalto, tenere il velo più dietro da poter mostrare un po’ di capelli, ma questo è nulla perché da un momento all’altro potevano essere arrestate comunque se incontravano sul loro cammino un integralista”.








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12 novembre 2007

Gabriella Marazzi

l'Arte della Marazzi racconta i miti che tornano uomini.




Se di Olimpo d’arte si potrà parlare, un posto per Gabriella Marazzi è già stato predisposto. Il suo Marcuse è nella mostra de “I grandi del ‘900” organizzata da Vittorio Sgarbi a Milano e, seppure nelle grandi stanze del Palazzo Reale, ci provano a metterle un po’ di soggezione Botero, Schifano, Dandini e Rosignano, la signora di miti contemporanei ne sa abbastanza da non lasciarsi intimidire: “Sono una fortunata- e citando ‘A livella, in un napoletano un po’ approssimato ma molto piacevole aggiunge- Questa cosa l’ho scontata”. La sua personale “DEI?”, prossimamente a Napoli, ha un titolo che molto dice sul suo carattere: “Non credo alle apparenze, agli status imposti, credo piuttosto nelle persone, nelle cose cha hanno da raccontarmi, nelle loro storie: è così che nutro la mia ispirazione”. E a proposito dei suoi ritratti aggiunge: “Si pensa che siano gli uomini ad aver bisogno di miti ma io credo piuttosto il contrario, credo che siano gli Dei ad aver bisogno che qualcuno creda in loro. Senza l’uomo, in fondo, perfino Dio non avrebbe motivo di esistere”. Un nuovo modo di guardare, una prospettiva originale raffigura e racconta volti e personaggi che in tanti, tante volte, hanno già raccontato: Marilyn Monroe, James Dean, Linda Evangelista, Madonna, David Bowie, icone sporcate da pennellate di umanità. La precarietà della vita lascia tracce anche sui loro tratti così fissi: “Ogni volta che inizio un quadro ho l’impressione di essere incinta. Aspetto che l’ispirazione cresca lentamente dentro di me poi ci torno più e più volte finché non so che è pronto, che finalmente è finito”. Ma non tutte le ispirazioni sono quelle giuste: “Non l’ho mai raccontata questa cosa perché mi fa male, l’unica volta che distrutto un quadro è stato quello che raffigurava Lady D. Appena ho cominciato a lavorarci era bellissima ma, più ci lavoravo più s’imbruttiva. Ad un certo punto ho deciso di lasciar stare, di lasciarla stare. Mi sono detta che forse non è ancora il momento”. I ritratti di Gabriella Marazzi sono spesso profili sensualissimi, scorci quasi erotici per la loro autenticità: “A due opere ho lavorato con più passione, Marcello Mastroianni e Isabella Rossellini. Per il primo direi che si è trattato quasi di amore, per la seconda ho dovuto farne addirittura due”. In effetti le gigantesche raffigurazioni ritraggono la doppia anima della celebre attrice: una complessa, quasi imbronciata, molto distante, l’altra che sorride quasi imbarazzata: “Il secondo ritratto è solo Isabella, una donna”. A chiacchierare con la bellissima pittrice di origini modenesi e milanese di adozione, viene fuori una donna molto più determinata di quanto non sembri già ad un primo incontro, ma quello che più stupisce è la dolcezza e la familiarità che trasmette: “Credo che il grande disagio dei nostri tempi sia dovuto alla perdita dei ruoli. Ci sono donne troppo intente a prendere il posto degli uomini e uomini, dal canto loro, troppo spaventati da questa competizione. Io credo nelle donne che stanno a casa ad accudire i figli”. Sorride. È certamente una provocazione ma non la smentisce fino in fondo: “Mi sono decisa a vivere la mia arte solo dopo un doloroso lutto. In quell’occasione ho pensato che la vita andasse onorata e con essa il mio talento. Lo dovevo soprattutto a me stessa- e nel suo privato si trovano molte risposte- per oltre dieci anni ho amato un grande artista, Mogol, ho scoperto a mie spese che due Amleti non possono convivere sullo stesso palcoscenico. Per amore sono rimasta qualche passo indietro, fino a quando non è stata la vita a scegliere per me”. E a proposito di passione anticipa: “Con grande imbarazzo ho cominciato a lavorare a un libro sull’erotismo. Dieci anni fa ho firmato un’autobiografia molto cruda e autentica, “Nuda Nata”, oggi sono più serena mentre racconto la storia di Veronica, pur sapendo che è il mio alter ego- e conclude- è l’erotismo che muove tutto, non il sesso. Nella nostra società crediamo sia tutta una questione fisica, dimenticando la parte migliore, fatta di allusioni, sguardi, odori, situazioni mentali ben più stimolanti”.


 




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17 ottobre 2007

generazione "anta"


Bella e d'annata:
Corso di sopravvivenza socialmente scorretto
per ragazze cresciute

Januaria Piromallo
(Cairo Editore)

Consigli per tutte. Un manuale di sopravvivenza per capire le donne, prima di tutto.

Sempre più colte, sempre più indipendenti, sempre meno disponibili a confrontarsi con un mondo non all’altezza. Si parte da qui per sgretolare anche l’ultima concessione fatta agli uomini: Giovane e Bella.

Parafrasando Wilde: “Lascio le donne ovvie agli uomini senza fantasia.


 




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23 agosto 2007

L'Islampunk delle donne e Michael Knight

 

RECENSIONI. L’ARABIA SAUDITA CONQUISTA MARTE NEL ROMANZO DI MUHAMMAD KNIGHT _ DI AGNESE PALUMBO

L’Islam salvato dalle donne, la verità punk dei musulmani

La fotografia di un’America che fa i conti con i suoi cambiamenti e un Occidente che dovrebbe prestare più attenzione ai nuovi movimenti di integrazione

Si finisce per scoprire che i giovani sono tutti uguali. O molto simili.
Islampunk (Newton Compton Editore), romanzo giudicato blasfemo, irriverente, provocatorio, è dedicato alla mamma. “Prima alla mamma poi ad Allah”. Il suo autore, Michael Muhammad Knight, è un controverso scrittore americano classe ’77. All’età di quindici anni legge l’autobiografia di Malcom X, si converte all’Islam, si trasferisce in Pakistan e da qui riparte poco dopo per partecipare alla jihad in Cecenia. Contro l’Islam più integralista ha scritto Where Mullahs Fear to Tread e Furious Cock. Islampunk è il suo primo romanzo. Dell’edizione italiana lamenta: «Non mi piace il titolo. L'editore non ha mai chiesto il mio parere in proposito. In più, lo hanno censurato, temevano potesse offendere gli Islamici e che io potessi essere blasfemo con Maometto. Hanno tagliato buona parte del testo. Io odio la censura. Sono musulmano e bestemmio Maometto perché credo che non ci sia altro Dio che Allah. Questa è l'unica asserzione veramente islamica da fare». E ricorda: «C'erano buddisti medievali che apostrofavano Budda come “pezzo di merda”, affinché non lo si idolatrasse. Così ho fatto con Maometto. Maometto era un essere umano e i musulmani non possono pregare gli uomini. Cosi dico “al diavolo il profeta” ed è l'unica verità islamica. È anche una verità punk, ecco cosa intendo quando dichiaro di essere un Muslim Punk. Tu puoi essere così islamico da schifare il Profeta». Attraverso cinque studenti di una comune islamica nel cuore di Buffalo, Knight racconta la nascita del Taqwacore, il punk islamico, e la formazione di un nuovo Islam americano: “Gli Stati Uniti possono salvare l’Islam - afferma Jehangir, uno dei protagonisti del libro, teorizzatore e organizzatore del primo grande concerto islampunk- Dobbiamo fare le cose per bene, tutte le stronzate stanno morendo… I musulmani vengono qui da mille paesi diversi, tutti con le loro idee su cosa dovrebbe essere l’Islam. Arabi, sudasiatici, africani,persiani, bosniaci, turchi, afgani, ceceni, kazakhi, malaysiani… Ogni cultura toccata dall’Islam l’ha preso e ha aggiunto i suoi ingredienti […] avranno la libertà di essere il tipo di musulmano che vogliono… Nessuno si vedrà tagliare le mani, e non lapideremo i fornicatori né butteremo gli omosessuali giù dai minareti come prescriveva Ali. E stai pur certo che nessuno sposerà bambine di nove anni, fratello. E niente polizia religiosa che perlustri le strade per accertarsi che tutti preghino”. A questo libro va il merito di aver portato alla ribalta un Islam che incontra il punk, i movimenti femministi e i movimenti gay. Che mette insieme tutti da “Costa a Costa”, senza discriminazione: «Lo spirito di rivelare la verità e combattere l'ingiustizia. Ecco il punto di contatto tra Islam e punk. Ma entrambi non sono stati all'altezza di questi ideali» afferma lo scrittore.
Il romanzo è dissacrante non più di altri già letti. Se Islampunk avesse raccontato la storia di un gruppo di cattolici occidentali all’università, probabilmente non avrebbe riscontrato lo stesso interesse. L’Islam oggi cattura certamente di più l’attenzione. La letteratura contemporanea abbonda di antieroi: genere di figli che non vorremmo mai avere, amici, parenti, amanti da cui tenersi lontani. Come Tainspotting, il cult che venne fuori dalla penna di Irvine Welsh demiurgo di una letteratura generazionale, si vuole contrastare il perbenismo e l’ipocrisia con storie aggressive e infernali, narrate con feroce umorismo e crudo realismo (in quanti siamo rimasti senza fiato leggendo dell’overdose di Renton?). Quello che però rende questo libro “qualcosa da leggere comunque” è la fotografia, senza troppi fronzoli, di un’America che fa i conti con i suoi cambiamenti e, per estensione, un occidente che dovrebbe prestare più attenzione ai nuovi movimenti di integrazione. Anche dissacratori. Knight al momento, grazie alla sua scrittura, è abbastanza malvisto tanto dagli americani conservatori, quanto dai musulmani integralisti: «Non mi definisco rivoluzionario o simile. I rivoluzionari provano a prendere il potere, io no. Sto bene qui dove sto, dal di fuori. I rivoluzionari marciano sino al palazzo e lo conquistano, io sto fuori».

Tra le pagine si teorizza l’Arabia Saudita alla conquista di Marte (con annessa conversione dei marziani), ma è anche vero che dal fronte cattolico si ripropone la messa in latino. Riformismo, memoria storica, probabilmente, ma una religione che scenda a parlare con i suoi è proprio fuori moda? Knight crede che l’Islam sia oggi così temuto perché: « È l'unica dottrina in grado di sfidare la supremazia dei bianchi. I bianchi non hanno mai temuto gli induisti diffusi in Europa. L'Europa non è mai stata minacciata da sudamericani colonizzati che salissero con scialuppe e attraversassero l’Atlantico per invaderla. Ma l'Islam è alle porte dell'Europa e ha una forza che nessuna altra possiede, ha la possibilità di strappare il mondo dalle mani dell'uomo bianco». E a proposito della sua esperienza personale aggiunge: «Sono cresciuto da americano bianco. Ho ereditato il male, l'ignoranza e la supremazia bianca. Mio padre adorava Hitler. Per lui l'inferno sarebbe stato vedere suo figlio succhiare il cazzo a Malcom per l'eternità».

Uno dei personaggi più riusciti del romanzo è quello di Rabeya, una femminista radicale intelligente e determinata. Studia, contraddice e discute la legge e il Corano e per l’intero romanzo se ne sta scomodamente dentro un “sacco colorato”, uno di quelli che dopo l’11 settembre tutti abbiamo imparato a temere. Il burqua che la copre interamente “per scelta, non per imposizione ”è tappezzato di adesivi dei gruppi punk che ama e dei concerti ai quali ha assistito: «Il mio personaggio prende il nome da una santa sufi che rifiutò il profeta. Maometto le venne in sonno chiedendole se l'amasse e lei rispose: amo Allah, non ho letti per te. Per me le donne hanno salvato l'Islam. Ricordo un’ afgana che si tinse i capelli di rosa, beveva coca, faceva sesso con uomini e donne e si definiva islamica. Era il mio mito ed è la madrina del muslim punk Se penso alla donna nella cultura islamica penso a lei. Sono un islamico americano, è questo l'Islam che vivo, e queste le donne che frequento. Niente cosucce sottomesse e ricoperte di velo, non è la mia cultura». Diverse provocazioni compaiono nel romanzo riguardo la spiritualità e la segregazione femminile. Quando le contestano l’eliminazione del versetto 4: 34 del Corano, che suggerisce agli uomini di picchiare le mogli, lei risponde: “Ho studiato quell’ayat da cima a fondo. Ho esaminato le teorie di tutti gli studiosi, anche quelli progressivi. Poi mi sono detta: Vaffanculo. L’ho cancellato. Ora quel Corano mi piace di più”. La sua presenza in casa provoca continui dibattiti: “Se sei un uomo nell’Islam, la spiritualità femminile è come una terra remota di cui puoi soltanto leggere qualcosa. Le donne pregano lontano, sui balconi o dietro tramezzi, e non senti mai una voce femminile nella jumaa…gli uomini non possono stare vicino alle donne senza fare pensieri osceni…merda, perché allora non siamo noi quelli dietro i tramezzi?”. Il romanzo si conclude con un travestimento che sa di metamorfosi, passaggio temporaneo di identità: “Ho un casino di oggetti della casa- racconta Yusuf Ali quando, in una sorta di commiato, scopre nel grosso scatolone dell’armadio, pezzi dei suoi amici- […] I tascabili di Abu Afak…, alcuni CD, la T-shirt di una band che non avevo mai sentito nominare, una bottiglia di birra vuota…E il burqua, che ho indossato una volta. Solo nella mia camera con la porta chiusa…Mi sono seduto sul letto, incapace di vedere a destra e a sinistra, solo davanti. Mi sono sentito come un cavallo con i paraocchi. Sotto ero completamente nudo…Non so cosa significasse che sia venuto nel burqua. A volte il sesso fornisce prospettive diverse”.

NEL CUORE, SONO MUSULMANA / NEL CUORE, SONO AMERICANA/ NEL CUORE, SONO MUSULMANA/ NEL CUORE, SONO UN’ARTISTA AMERICANA/ E NON HO COLPE. (Patti Smith)


 

 




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21 luglio 2007

Pino Cacucci: Nahui e altre donne dissolute (Il Riformista)






Nahui nasce in un pomeriggio. Dopo aver fatto l'amore Gerardo Murillo le dà un nuovo nome, preso in prestito dal calendario azteco. Ribattezzandola il "Quarto Movimento", le offre una nuova vita: "Questa è la data che indica il movimento rinnovatore dei cicli del cosmo. Nahui Olin. Il moto perpetuo". E lei: «Non so cosa verrà dopo Nahui... So cosa c'è stato prima: ombra e tristezza. Assenza. Assenza di amore, di passione, attesa dell'alba per maledire un nuovo giorno».

Siamo tra gli anni Venti e Trenta, anni della rivoluzione di Zapata e Pancho Villa, nel tempo in cui, in nome del popolo e di una libertà che sembrava lì a due passi un pugno di artisti e di intellettuali scosse dalle fondamenta cultura e politica, creatività e morale di un intero paese. Pino Cacucci incontra Carmen Mondragòn e decide di raccontare Nahui, in questo romanzo tra storia e biografia. Carmen è figlia amatissima di un generale messicano, Manuel Mondragòn, a cui è legata da un sentimento ambiguo, sentimento dal quale decide di liberarsi giovanissima sposando, senza amore, il cadetto Manuel Rodriguez Lozano: «Avevo sposato un Manuel per sfuggire a Manuel». A questa prima fuga, ne seguiranno altre, dai sentimenti, dai doveri dai tormenti e soprattutto da un rimorso, un'ombra nera dalla quale non riuscirà mai a liberarsi: la morte, del figlio infante per cause che resteranno misteriose. Dopo un lungo periodo in Europa, torna in Messico e comincia a dipingere: ha relazioni con tutti gli artisti più inquieti di Città del Messico, scrive poesie, posa per i murales di Diego Rivera, per il grande fotografo Edward Weston, e si lega all'umorale e violento pittore Gerardo Murillo, in arte Dr Atl. Diventa Nahui e, da questo momento, non risponderà a nessun altro nome.

Città del Messico è in quel periodo una fucina tormentata e rigogliosa di grandi talenti e le donne, ne sono le muse e le attiviste più prolifiche: «... non erano oche giulive e puttanelle attirate dal grande artista, no, si trattava delle teste più ardenti e geniali della città, donne fiere e orgogliose, protagoniste e non più succubi, [. ..] donne che sapevano guadagnarsi il rispetto per come erano e per cosa facevano... be', credo fosse anche per questo, che quell'epoca mi sembra unica e irripetibile».
Donne bellissime che con grande difficoltà dovevano farsi strada tra i grandi intellettuali, artisti, uomini politici senza rinunciare alla propria femminilità. Cacucci racconta queste donne e lo fa con una sensualità particolare, le cala nella storia, ne descrive la vita libera dal mito: «La sfida è stata l'emotività quotidiana di Carmen Mondragòn. Andare a sviscerare le questioni laceranti che l'anno accompagnata, ricreare l'ambiente in cui tutto questo accadeva. Era molto più di una trasgressiva, era all'avanguardia. Per cose dette o scritte come le sue dovremo aspettare quasi mezzo secolo, gli anni Settanta, e sentirle declamare in piazza o leggerle sui giornali». E aggiunge: «Un bibliotecario mi ha raccontato di averla incontrata, oramai avanti negli anni, di aver parlato a lungo con lei di arte, storia, politica. E che, in una di queste lunghe conversazioni lei gli abbia raccontato la sua passione letteraria per Cesare Pavese». Un'occasione unica per il Messico, forse un'occasione unica per la storia dell'umanità: una sinergia perfetta di tempi giusti e talenti: «Penso a Frida, che oggi ha una visibilità mondiale, o a Tina Modotti che pian piano è stata strappata all' oblio e a cui anch'io ho dedicato un libro (Tina, Feltrinelli 2005). Ma accanto a queste donne, c'è n'è ancora una miriade di altre che si possono definire altrettanto uniche e straordinarie, che si conoscevano fra loro, che avevano percorsi diversi ma lavoravano fianco a fianco: attrici teatrali, produttrici, artiste... intellettuali della cui memoria, solo il Messico è rimasto depositario. Spesso non avevano una sola specializzazione ma vane passioni con attitudini multiformi. Nahui ha una grande fama, che a pochi anni dalla sua scomparsa la rende addirittura un mito: Ho letto che Frida, che era molto più giovane di Nahui, in uno scritto giovanile, rivolgendosi ad un primo fidanzato disse: "Non ti perdonerò mai di avermi considerata una Nahui", intendendo con questo donna dissoluta. Una parte di Città del Messico era ferocemente bigotta e spesso reagiva in maniera violenta a tutto questo. Nahui era una donna che fece scandalo, che più di una volta sollevò l'opinione pubblica. Di contro poi è singolare come fosse tollerata e socialmente integrata l'omosessualità, quasi a far affermare che vivere questa condizione agevolasse gli artisti anche grazie ai vari circoli che erano sorti». Per Nahui, e per le altre, l'emancipazione è però ancora un percorso privato: «Non c'è solidarietà tra le donne, c'è spesso un legame fortissimo dovuto alla politica, ma furono rapporti fugaci. Più spesso poi fu proprio la politica a incrinarli. Con l'arrivo di Trotsky in Messico ad esempio, si crea una frattura incolmabile tra Tina e Frida, l'una legata a Stalin mentre l'altra, molto più anarchica, non ama sottomettersi. Non si può parlare di legami che si possano identificare come un movimento di genere, si parla di esperienze individuali portate avanti in maniera del tutto personale



                                                                                                          

                                                                                                                    agnese palumbo
                                                                                                 "il Riformista", 8 ottobre 2005




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4 maggio 2007

Donne, quando (mai?) il noir diventa rosa


Il noir è donna? A quanto pare no.
A fidarsi delle classifiche dei libri più venduti, le donne e il noir non si prendono. Ma può bastare questo dato? Al pensiero che ci sia un mistero da svelare, non si può resistere alla tentazione di sentire Carlo Lucarelli: «In effetti un mistero ci sarebbe. Ce lo siamo chiesti in tanti, tante volte. All’estero ci sono molte scrittrici note di noir. In Italia meno. E non credo affatto sia una questione di affinità, abbiamo numerose esperte nell’editoria e tra le lettrici, né si può dire manchino le competenze. Altrettanto numerose sono le presenze femminili nell’ambito giudiziario, dalla polizia alla magistratura. È da tanto ormai che non è più un mestiere da uomini».
Le firme da bestseller del momento restano comunque loro, De Cataldo, Faletti, Lucarelli, Carlotto, con le donne un po’ in disparte. Le case editrici sono alla ricerca di una penna rosa che possa mettere fine o quantomeno arginare questo strapotere. Mondatori, Rizzoli e non solo, una dark lady
della parola in grado di contestare questo primato un po’ macho l’avrebbero pure individuata e, da veri amanti, corteggiano in maniera serrata i diritti del suo primo libro. La scrittrice in questione al momento però si occupa solo di televisione: «Eh sì- esordisce Franca Leosini, nota giornalista, autrice e conduttrice-  da tempo mi chiedono di curare un libro, ma dove trovo il tempo?» L’impegno continuo per il suo “Ombre sul giallo”, che sabato 21 aprile ha inaugurato la quinta serie, la occupa molto: «Si può ben immaginare quale sia la difficoltà e le energie che questo tipo di trasmissione richiede. Per stendere la sceneggiatura di una puntata o il testo di un’intervista, studio gli atti del processo di ogni caso, dalla prima all’ultima pagina. Dove potrei trovare il tempo per scrivere i libri che le case editrici, con tanta gratificazione da parte mia, chiedono?».
Da quando nel 1988 la Leosini è approdata in Rai ha trattato casi tra i più noti e intricati, incontrando i protagonisti delle vicende giudiziarie e umane che hanno maggiormente segnato l'opinione pubblica: da Pino Pelosi, l'assassino di Pasolini, che a lei sola, in esclusiva, raccontò la verità dell’Idroscalo, a Angelo Izzo, uno dei "mostri" del Circeo, Immacolata Cutolo, moglie del più che noto boss della Camorra, Fabio Savi della “Uno Bianca”: «Ogni volta devo calarmi in un ruolo diverso, da giornalista a investigatrice a poliziotta a psicologa. Solo alla fine, quando mi accingo alla stesura di una puntata, mi rilasso e divento scrittrice». E proprio dal piccolo schermo arrivano altre due conferme: Margherita Oggero e Laura Toscano. Da Una piccola bestia ferita (Mondadori) della Oggero è tratta la serie televisiva “Provaci ancora Prof” mentre la Toscano, di cui è da poco in libreria La madre indegna (Mondadori), è autrice e sceneggiatrice de Il Commissario Rocca. Ma c’è spazio per il noir femminile anche al cinema, con Grazia Versani, autrice del romanzo “Quo vadis baby?” (Colorado Noir) da cui Gabriele Salvadores ha tratto l’omonimo film, e la napoletana Elena Ferrante, di cui E/O ha recentemente pubblicato “La Frantumaglia”. In più, il mistero legato alla sua identità mai svelata, ha dato vita a un vero e proprio caso: un giallo in piena regola con tanto di inciucio. È dall’esordio letterario nel 1992 che nessuno sa chi sia, qualcuno sospetta perfino non esista. Ultime indiscrezioni la vorrebbero finanche nom de plume di Domenico Starnone. Lei a suo tempo, in un’unica intervista rilasciata all’Unità, si giustificò affermando: «La fatica di scrivere tocca ogni punto del corpo. Quando il libro è finito è come se si fosse stati perquisiti senza rispetto e non si desidera altro che riacquistare integrità, tornare ad essere la persona che comunemente si è […]. Pubblica del resto è l’opera». Un tascabile questo, che consente uno sguardo in quei cassetti da cui uscirono L'amore molesto, I giorni dell'abbandono e La figlia oscura. Chi punta invece sulla quantità (di qualità), per trovare la candidata che colmi il divario tra uomini e donne, è Dario Flaccovio Editore con la raccolta Donne con la pistola. Tredici racconti per altrettante firme, tra cui si distingue la palermitana Valentina Gebbia, autrice tra l’altro dell’ultimo Per un crine di cavallo (edizioni E/O). A dicembre il
Premio Scerbanenco, il riconoscimento più prestigioso del genere, vinto nel 2001 da Claudia Salvatori con Sublime anima di donna (Tropea) e nel 2004 da Barbara Garlaschelli con Sorelle (Frassinelli), ha segnalato tra i finalisti del 2006 diverse scrittrici: Paola Barbato con Bilico (Rizzoli), Lucia T. Ingrosso La morte fa notizia, (Pendragon), Patrizia Pesaresi Dopo la prima morte (Flaccovio). Sul rapporto donne e scrittura noir ha un’opinione piuttosto chiara Sandrone Dazieri, editor e scrittore: «In realtà le donne s’interessano poco alla letteratura di genere, sono decisamente più interessate alla scrittura in generale. Forse la soluzione del mistero è tutta qui. Leggo molte proposte noir e la maggior parte arrivano da uomini. Per alcune scrittrici è più l’atmosfera ad essere noir che la struttura in sé, sono meno stereotipate e prediligono l’aspetto psicologico, con grande attenzione ai personaggi. In più, a riprova dell’affinità femminile con questo genere, so per certo che per il 70 per cento sono lettrici».
Donne e noir, pace fatta?


 

Il Riformista
sabato 26 aprile
 




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