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24 luglio 2017

Martin Rua - L'enigma del Libro dei Morti

         

Martin Rua- L'Enigma del Libro dei Morti

Il luogo dal fascino assoluto è certamente quello di Rennes-le-Château, ma non è detto.

L’intimo Sud della Francia, terra di lingua d'oc, il sole morbido sul lungomare della Costa Azzurra, il fascino da le Mille e una Notte dei tramonti sabbiosi a Oriente… un succedersi suggestivo di momenti che in maniera dapprima latente e via via più prorompente mostrano un inquietante lato oscuro. Luoghi che si trasformano in un climax irrecuperabile. E non solo a causa della peste. Rua trasforma i suoi stessi personaggi che dominano la scena per coraggio, strategia, bellezza d’animo o per crudeltà, sensualità famelica, avidità di  potere. Un crescendo di tensione che si scontra tra le pagine a mano a mano che il romanzo si assottiglia. La fine è desiderata e temuta, come rare volte accade.

Sotto i nostri occhi si scioglie un intreccio oltre il tempo e oltre i luoghi: Montségur 1244, Linguadoca 1548, Francia- primavera del 2004...: c’è qualcosa che viene da lontano e come un’eco spaventosa replica il suo effetto fino ai giorni nostri, fino al maggio sconvolgente degli atti terroristici di Nizza e i bombardamenti di Aleppo. Storie che non si assocerebbero ma che Martin Rua tesse in un’unica trama, tanto abilmente da persuaderci che le verità alternative, in fondo, possono avere uguale autenticità. È un mosaico di personaggi, luoghi e momenti che sopravvivono indipendentemente, eppure, nella trama complessiva trovano ragione e completezza, corrispondenza gli uni negli altri, esplicitandosi. Tempi diversi lentamente si fondono in due quadri dominanti, che corrono parallelamente, periodi doppi dove figure gemelle si contendono lo stesso destino, affrontandosi per conquistare la stessa salvezza. Nostradamus contro Saunière. Si entra e si esce dal tempo presente (o dal tempo passato): è un libro sul passato o sul futuro? Entrambe le direzioni sono corrette.

La peste è una maledizione divina, il segno che la persecuzione del morbo è l’espiazione di ogni peccato. C’è un Medioevo mostruoso che piomba nell’era contemporanea devastandola. Ma è davvero così? E se la paura e la punizione fossero da sempre l’arma segreta per dominare i popoli? E non solo, il libro non teme di confrontarsi con alcuni tra gli argomenti più controversi dei nostri giorni, i migranti, il terrorismo, i vaccini, il dominio delle case farmaceutiche, i fronti nazionalisti, il ritorno inquietante di estremismi che si credevano sepolti, ma la linea di confine tra fanatici e uomini di scienza è netta e vagamente rassicurante: “È una storia vecchia come il mondo, quando si perdono le certezze il soprannaturale è l’unica soluzione”, ma nel romanzo si ha la sensazione che il sonno della ragione generi rassicurazioni pericolose e inquietanti.

Come precise figure su una scacchiera i personaggi trovano posto nella trama, e non ci si sottrae all’antica magia della scrittura, l’istante in cui si sceglie il “nostro” personaggio, quello per cui si farà il tifo, quello che seguiremo senza un attimo di esitazione. E se per caso si tratterà del Solitario, il nostro viaggio avrà bisogno di lasciare a terra lo scetticismo. Il suo specchio ci condurrà negli incubi più profondi dell’animo umano, dove la morte non è la fine, ma il tormento e la dannazione. In quello spazio, oltre, dove domina il nulla silenzioso.

Un libro di genere che non si lascia intrappolare. Una scrittura versatile si arricchisce di sfumature d'occorrenza: lo stile storico ci seduce tra roghi di streghe ed eresie catare, il mistery incalzante, ci lascia col fiato corto, fino a trovare dei momenti di intensa scrittura erotique, tutto a servizio di una storia complessa.


29 settembre 2016

Mitta, storia di una capuzzella

“Ho contato tre teschi a partire da Lucia e ho visto Mitta”. È la sua ricerca, la ricerca di un anonimo scrittore, ma è anche la nostra, è il filo conduttore di tutto il nostro racconto. “Mitta, storia di una capuzzella” (Runa Editrice) di Tina Cacciaglia, è il racconto che sale dalla cripta del Purgatorio ad Arco, a Napoli, sotto via Tribunali. Otto storie più una. “Vanna che quasi si danna per il suo cavaliere, Mena che scappa da uomini e amore, Luisa che preferisce tenere due piedi in due scarpe, Luciana che s’immola all’amore, Settimia che sceglie sempre quello che costa di più, Gemma che si decide quando è troppo tardi, Bianca Maria che sceglie la fuga e Virginia il ritorno”. Un teatro al contrario la nostra prospettiva, dove noi in scena accanto alla capuzzella siamo sul palco ed è il pubblico che racconta, passa la vita sui secoli i poteri i trionfi e le disgrazie, le vite stesse e le morti. Passa la vita ed è simile a se stessa, le stesse speranze, le stesse delusioni, è passato un giorno ne sono passati mille o un centomila, è l’umanità che s’inginocchia in quella cripta. La narrazione della Cacciaglia è nervosa e intensa, in un racconto si sintetizzano sfumature del tempo e dei luoghi e per quanto sia sempre Napoli la protagonista di ogni racconto, in ogni frammento, in ogni angolo, assume caratteristiche differenti, dal molo ai vicoli, dalle sublimi tele di Capodimonte ai quattro stracci portati addosso dai protagonisti. Il contrasto bellissimo e potente di donne spicce di strada, donne esposte, capaci di mettere a posto il mondo. Un mondo che sembrerebbe perfino normale nella scrittura della Cacciaglia, nello sguardo delle loro protagoniste, se non fosse che l’autrice introduce sempre un punto di vista che ci fa sobbalzare che ci riporta alla proporzione e alla misura, così come per il racconto di Mena la meretrice “come la chiama il prete dall’altare” e la piccola Rosa, nei giorni della confusione del tormentato ’99 napoletano. È negli occhi della bambina dal naso a carciofo che torniamo terrorizzati nei giorni della rivoluzione, sgomenti davanti al buio e all’umidità a parlare con delle cape di morto. Da questa prospettiva niente è più lo stesso. E l’autrice lo sa bene. Il solo espediente che usa è l’ironia. Come si esorcizza tutta questa successione di guai? (Già, perché se uno va a confessarsi da una capa di morto non è che le cose gli vanno proprio benissimo!) E la Cacciaglia sceglie di farci sorridere, di ridimensionare il dolore, di alleggerire: - Che potevo fare pezzentella mia, che potevo fare? Mi chiedeva Luciana E io dato che sono morta, non risposi. Mitta la capuzzella in qualcosa senza dubbio somiglia a lei, è una conciliatrice. È una che crea ponti che lavora sull’intermediazione, che di due parti, almeno ci prova a farne una. E s’ingegna non poco, partecipando alle sedute spiritiche, inventandosi espedienti per finire in sogno al disperato o alla disperata di turno. Mitta ha davanti l’eternità e spesso questa convivenza mortuaria la manda su tutte le furie: “Pensate alla vita dico io, che a parlare con i morti dopo sì che ne avrete tempo. Hai voglia”. Come spesso succede nelle operazioni di romanzi storici ben riusciti, la grande storia fa capolino solo a bocconi, ma stravolge le vite minuscole dei protagonisti come enormi tsunami. Mitta si presenta a pezzi, racconta la sua storia con istantanee, al lettore il compito di metterla insieme, fino alla fine. Una delle sue descrizioni più intense di se stessa: “Io, Mitta, sono diversa. Conobbi prima il corpo degli uomini e poi il loro nome, e bene feci altrimenti quella puttana della peste, pure vergine mi trovava…”. Istantanee dicevamo, tele catturate in una cornice, sospese nel testo eppure perfettamente integrate, ma che basterebbero a se stesse, che seppure isolate meriterebbero di essere ammirate.


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15 marzo 2016

Camille Claudel di Anna Maria Panzera

È un lungo piano sequenza a introdurci in questo saggio, un lungo carrello che si muove dalla stazione la Gare Paris Saint-Lazare, fino a rue de Rome, fino al doppio scalone che collega la strada ai binari, fino al civico 89. Anna Maria Panzera, scrittrice, storica dell’arte, si assicura che poche condizioni siano chiare, potrebbe essere il 1890, fate un po’ voi, scegliete il mese, ma che sia di martedì, non abbiamo alternative. “Camille Claudel” è il suo ultimo lavoro (L’Asino d’oro Edizioni), un testo sulla geniale artista, tra le poche scultrici della storia dell’arte, allieva e amante di Auguste Rodin. L’autrice ci lascia un momento sulla porta, bussiamo, aspettiamo, fino all’apertura, due donne fanno capolino. Il nostro carrello non si interrompe, il nostro sguardo coincide col suo movimento. Una casa essenziale l’interno, pochi dettagli una cura scarna, se non fosse per i quadri alle pareti: «Tra i dipinti, riconoscerete lo stile inequivocabile di Édouard Manet: un paesaggio marino, un bozzetto con Amleto e lo spettro, un ritratto del padrone di casa. Occhieggiano in un angolo un acquerello di Berthe Morisot, i fiori preziosi di Odilon Redon, un’acquaforte di James Whistler. Ecco un piccolo gruppo scultoreo di Rodin: un fauno dall’aspetto ferino che si aggrappa a una ninfa stordita. C’è anche un profilo maori realizzato in legno da Gauguin». Adesso siamo al cospetto del padrone di casa. Se il coraggio ci sostiene, sediamoci. Stéphane Mallarmè, il vate del simbolismo francese. Dopo di noi, se siamo fortunati, potrebbero arrivare Pierre-Auguste Renoir, Edgar Degas, Edvard Munch, Claude Debussy, Paul Gauguin, Paul Verlaine, Paul Valéry, Auguste Rodin, Oscar Wilde, André Gide, Rainer Maria Rilke… Ma questa storia è un’altra storia. Il salotto è un pretesto, è la descrizione di una magia, di un tempo inafferrabile, di versi, simboli e narrazioni antiche. Il prologo è quasi l’antitesi al racconto stesso. La magia eterea dell’ispirazione che s’infrange contro il sudore, il sacrificio, le mani spezzate dalla fatica, la mente che vacilla sotto la pressione del lavoro e dell’ispirazione. Una sinestesia. La nostra è piuttosto la storia di una donna e del suo amore. La scultura. Lontano dalla leggenda, dal cliché lacrimable che da sempre ha avvolto il personaggio di Camille Claudel, questo libro racconta la passione di un’artista, il sacrificio, la resistenza, la disciplina. È una donna che si misura con la materia, si misura con un’arte che non è femminile, ci vuole forza e tenacia per affrontare un pezzo di marmo, ci vuole determinazione fisica per farne uscire quello che vi è nascosto all’interno. In nessun caso Anna Maria Panzera cede alla tentazione di far scivolare il suo lavoro di ricerca nel luogo comune, nell’immaginario (anche comodo) che vorrebbe l’allieva vittima del maestro, che vorrebbe la follia, irrinunciabile alter ego del genio. Lei stessa rinuncia al lusso dello scrittore, lei stessa è un’artista che baratta pagine e pagine con una buona ispirazione. Come una pittrice con la sua tela, come una scultrice con il suo prezioso pezzo di pietra. Lo spazio è poco, toglie il superfluo. Il libro si trova così a muoversi in un fluire appassionate, le opere si alternano nella narrazione a corollario e a conferma che questo percorso esiste, che la scultrice ha reso in opere la sua stessa biografia. La Valse, una delle sue opere più celebri (1895 – 1905) un equilibrio precario, una danza che si tiene sulla forza e la necessità di tenere in piedi il danzatore, mentre la figura femminile, quasi trattenuta a terra dal panneggio dell'abito ci offre numerose sfumature di interpretazione: è lei che tiene salda tutta la costruzione danzante, collegando terra e aria, o è lei che non può volare, perché ancorata a terra dalla pesantezza maschile? Camille ha interrotto la relazione con Rodin, sconfitta dalla certezza che lui non lascerà mai Rose Beuret, la sua compagna di una vita. L’ispirazione di questi momenti la porterà alla realizzazione di un’altra opera interessantissima, Les Causeauses, 1897, il gruppo, onice e bronzo la miniatura di una scena dal vero. Un gruppo di donne che si scambia confidenze, una piccola fortezza emotiva, una protezione di voci femminili, quella rete di solidarietà che probabilmente le manca, isolata dalla famiglia, modella/ artista tra altre come lei, coperte da una coltre di anonimato. Un paravento che racchiude e protegge, che crea intimità. Seguiamo il fluire della storia, attraverso le pagine e le opere, fino allo straziante addio de l’Age mûr (1902 circa) dove l’uomo si allontana avvolto da una presenza femminile, lasciandola indietro. Paul Claudel scriveva: "Mia sorella Camille, implorante, umiliata, in ginocchio, lei così superba, così orgogliosa mentre ciò che si allontana dalla sua persona, in questo preciso momento, proprio sotto i vostri occhi, è la sua anima". Rodin il genio che si muoveva sulla rotta della perfezione michelangiolesca, ispirato fino alla sublimazione dal grande maestro italiano, subisce invece un cambio di direzione, è Camille che lo ispira, che gli infonde una nuova sensibilità, meno artificiosa, lui si ispira dalla sua stessa arte. Camille non si libererà mai da questa ossessione, dalla sua ispirazione rubata, dal suo talento perduto nelle mani dell’uomo che l’ha rifiutata. Inizia così la sua pazzia? Con quanta cura Anna Maria Panzera racconta il rapporto della Claudel con il suo marmo, siamo lì a leggere di marmo e troviamo raccontata una storia d’amore. C’è tutta la fisicità di una storia d’amore in questo saggio, che se non rischiasse di apparire riduttivo, per la categoria, potremmo addirittura considerarlo un romanzo. Un romanzo che sceglie- esattamente come nella scultura- di asportare, di togliere. Anna Maria ha tolto l’intrattenimento, ha lasciato i colpi di martello. Ad ogni tocco di marmo viene fuori un’opera, ad ogni opera conosciamo un pezzo di questa storia, una storia d’amore, di arte, di perdizione, di morte. Una storia di viaggio. Rarissimo che venga il desiderio di partire in un romanzo, meno che mai in un saggio. Eppure noi vogliamo essere certi che questa storia, sia andata proprio così. Vogliamo salire quelle scale, di martedì, vogliamo arrivare al capannone dei marmi di Carrara e affacciarci per vedere la confusione dell’ispirazione e della maledizione del talento, vogliamo confermare, vogliamo confutare, vogliamo prendere le parti di Camille, vogliamo prendere le parti di Rodin.

29 luglio 2015

Le Eroine del Sud

10 settembre 2013

Viva la vida


la copertina di Delacroix




o la Kahlo?









http://youtu.be/dvgZkm1xWPE




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1 aprile 2013

Alessandra Riccio: Una pasionaria a Cuba

UNA PASIONARIA A CUBA

RESTERÀ deluso chi avrà pensato che la chiacchierata con Alessandra Riccio sarà tutta una celebrazione al canto de "El Pueblo unido...". Alessandra Riccioè una donna misurata, ironica, affascinante nella sua luminosità. È considerata oggi tra i massimi esperti della storia e della cultura cubana. La sua ospitalità è spiazzante, ci accompagna in casa criticando aspramente i lavori che stanno devastando il fianco della montagna di via Tasso, offrendoci frutta secca al cioccolato. Dal giardino si vede il mare a strapiombo e il golfo, una prospettiva riservata, quasi segreta, che adesso le sembra violata. Casa sua è uno spazio che le somiglia, essenziale: appeso al muro "Le invasión" di Antonio Maceo, che è diventato la copertina dei suoi "Racconti di Cuba" (Iacobelli editore). Pochi altri dettagli ricordano la sua lunga "militanza" cubana.

"C'è sempre il mare nella mia vita, in qualche modo" racconta la Riccio, figlia di un aviatore napoletano e di una maestra spezzina: dall'isola greca di Leros, nel Peloponneso, base degli idrovolanti dell'Aeronautica Militare, al trasferimento per le altre isole greche e poi l'Istria, "un'altra terra di confine, dove i miei genitori si erano innamorati", una parentesi fiorentina sotto il fragore delle bombe alleate, la sensazione che l'8 settembre fosse la fine del mondo e infine la fuga, il lungo viaggio che la porterà verso il Sud, a Napoli: "È stato l'imprinting che mi ha fregata - racconta divertita - fuggivamo dalla guerra con mia madre, arrivammo a Napoli sfiniti da un lungo calvario in treno e alla stazione trovammo la famiglia d'origine di mio padre, i nonni, i parenti tutti, il calore familiare, una grande festa in una città deturpata dalla guerra e dalla miseria, sventrata dalle bombe. Ma io ero a casa, finalmente, lo sentivo dentro. È per questo che, pur girando il mondo per anni, pur amando luoghi lontani dall'altra parte del mondo, ho sempre sentito il bisogno di tornare. A casa".

La sua storia di ispanista comincia nella scuola media Fiorelli, con l'insegnante che saluta con un "Dios mediante" e la lettura di damas y caballeros, il sogno di una Spagna lontana e magica nell'eco di una Napoli ortesiana, di toni e accenti nascosti ne 'Il Porto di Toledo' o nelle voci rubate ai turisti a Pompei. Le lezioni da studentessa all'Orientale: "Palazzo Giusso era una finestra sul mondo: gli anni della pre-globalizzazione, di accenti esotici, il rumeno, il ceco, il russo, il macedone, il tigrè, il cinese, il giapponese..., il Rettorato arredato con mobili cinesi e due impiegati somali, considerati i pilastri della Segreteria".

Negli anni Settanta arrivano le prime collaborazioni e l'insegnamento.

Dal Sudamerica gli editori esportano Màrquez, Vargas Llosa, Galeano; da Parigi Cortàzar, Soriano, Scorza, in Italia i versi di Neruda infervorano gli animi: sono i latinoamericani espatriati dalla repressione dei governi: "Avevo la sensazione che quegli scritti avessero varcatoi mariei confini per arrivare fino a noi, superato le cordigliere e le sierre, le battaglie impari e le rivolte, per dare vita a utopiche repubbliche, le crudeltà della storia e degli uomini, gli stermini e le desapariciones, lo sfruttamento e il colonialismo statunitense. La Resistenza. Tutto questo per farmi cambiare prospettiva, insinuando in me il dubbio e la voglia di raccontare quello chei media non raccontavano".

Nel 1977 si decide a superare il "charco", l'Oceano che chiamano pozzanghera per esorcizzarne la paura; un volo fino a Cuba, l'isola della Rivoluzione: "Ma non furono le gesta degli eroi a portarmi sull'isola, furono i versi di José Lezama Lima, le pagine del Paradiso. E lì, mi trovai catapultata in un mondo diverso. Ho seguito i suoi versi comei bambini del pifferaio magico e sono arrivata in Sudamerica". Una coincidenza, gli anni che segneranno questa terra come mai prima d'allora. Alessandra, Fidela, come la chiamavano i colleghi, senza farsi mancare una punta di critica: "Non ho mai imbracciato il fucile certo, ma la Resistenza l'ho fatta girando per i Paesi del Sud, ascoltando i loro racconti prendendo appunti scrivendo le loro storie". Due anni dopo, in Italia, nasceva 'Latinoamerica', da un'idea di Bruna Gobbi, la rivista di cui la Riccio assunse la guida dopo la scomparsa della prima direttrice Gabriella Lapasini e dove l'affiancherà anni dopo Gianni Minà.

Per trent'anni la corrispondente dell'Unità ha accompagnato e seguito gli eventi, le crisi, i successi e i pericoli della società cubana in rivoluzione: "Quando sono arrivata per la prima volta all'Avana, ero convinta che i nostri sogni, i miei e quelli di una buona parte dell'umanità, fossero a un passo dal realizzarsi". Il numero zero della rivista, ormai leggendario, dal primo titolo della testata, Cubana, uscì nel luglio del '79, ma soloa giugno dell'80 cominciarono le pubblicazioni. "Nel 1988 il Centro America era un vero e proprio fronte di guerra, io ero corrispondente per l'Unità. Nel Nicaragua sandinistai mercenari ribattezzati da Bush padre "combattenti per la libertà" massacravano i civili alle frontiere con l'Honduras, il Guatemala aveva il triste privilegio di aver inaugurato le desapariciones, dove continuava impunita la strage degli indios Maya (nella selva, tra la guerriglia, combatteva il figlio di Asturias, premio Nobel), il Panama del generale Noriega, ex uomo sul libro paga della Cia, ebbe la capitale bombardata dagli Usa, con duemila morti, per stanarlo, in Colombia, l'uscita dalla clandestinità della sinistra, portò ritorsioni violente. Tornare all'Avana era tornare alla pace. Avevo il taccuino pregno di notizie dolenti, viaggiavo con Maité Piñero, corrispondente de l'Humanité e mia compagna in quelle avventure drammatiche.

Guardavamo Cuba e ci domandavamo come avesse fatto a organizzarsi in Stato sociale. Per ritemprarci, tornando a casa, contavamo le scuole, gli asili, le filiere perfettamente organizzate di zucchero... negli Anni '80 non era un mondo perfetto, ma era quanto di meno ingiusto avessi visto. Non solo da quelle parti". Calle 11, racconta, è una bella strada del quartiere Vedado all'Avana, per più di trent'anni al numero 464 vi hanno abitato i corrispondenti dell'Unità. Una casa che era rifugio di artisti e intellettuali presi da lunghe cene e interminabili discussioni: "Io mi ci trasferii nel 1988. Ci vedo ancora seduti, Hilda, la prima figlia del Che, Assata Shakur, la black panther a cui solo Cuba ha potuto garantire protezione, il regista Gutiérrez Alea, Sergio Baroni, Antón Arrufat, Lisandro Otero, Zoe Valdés, Estela Bravo...", negli anni in cui la Perestroika di Gorbaciov poneva grandi interrogativi sul destino di Fidel Castro e l'utopia cubana.

Per sei anni Alessandra Riccio ha vissuto all'Avana, fino al ritorno nel 1993 con la chiusura dell'Unità, la scomparsa del Partito comunista italiano, tornando alla sua cattedra all'Orientale, senza mai smettere di farsi portavoce di Cuba e del Sudamerica.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

- AGNESE PALUMBO


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21 dicembre 2012

Intervista di Massimiliano Garavini

Agnese Palumbo - 101 Donne che hanno fatto grande Napoli -Newton Compton     






«Il piacere intellettuale a volte è inaspettato. Svolti l'angolo e lo trovi lì.
Dopo un mese malmostoso a cercare parole nuove un'amica mi ha suggerito
una intervista interessante ad una collega di Napoli, Agnese Palumbo.
Una giornalista attenta, raffinata, che parla alla pancia delle donne.
Le 101 donne che hanno fatto, ab urbe condita, grande la cultura di una città
e di un popolo. Materiale RE(ESISTENTE) per dire raccontare storie
"au feminin" che parlano di Nobildonne, Intellettuali, Brigantesse, svestite
di fragilità e combattive con parole e azioni. Puntata meravigliosa, questa
sulle donne, di cui sentivo l'esigenza».


testo estratto dal blog, l'intervista è online all'indirizzo

http://tanaperleparolebuone.blogspot.it/2012/12/grandi-uomini-e-grandissime-donne.html


21 dicembre 2012

arriva a Piazza Plebiscito la napoletana che ha fatto il giro del mondo in bicicletta



"Impossibile" è una parola che le donne non conoscono.
Domani alle 12.00 arriva a Piazza Plebiscito Juliana Buhring, la donna che ha fatto il giro del mondo in bicicletta sfidando il record del Guinnes World Record. Con me a darle il benven
uto, le 101donne che hanno fatto grande Napoli.

«Sin dall’inizio tutti mi dicevano che non ero pronta. Senza sponsor o fondi, senza tecnica e supporto medico, con solo otto mesi di preparazione sulla bici, non ero pronta ed avrei dovuto spostare l’intera impresa per almeno un altro anno. Mi son presa tante risate in faccia, all’inizio. Nessuno credeva che ce l’avrei fatta, o almeno non tutto il giro intorno al mondo, facendo una media di 200 km al giorno senza riposo. Non ero un’atleta e non una ciclista. Infatti, non c’era niente che mi rendeva idonea ad una gigantesca impresa. Niente se non la volontà e la determinazione a finire. Ero fuori a provare che tutto è possibile. Che possiamo compiere cose più grandi di noi stessi. Se avessi aspettato il livello perfetto di preparazione, la perfetta tecnica ciclistica e il know-how medico , le condizioni meteo perfette, il supporto , i fondi , senza dubbio non sarei mai più partita. Credo che molte persone rimandino i loro sogni aspettando il momento giusto o le condizioni giuste. Non esiste niente del genere. “Un giorno” è solo un altro modo per dire “mai”. Cosí sono saltata su Pegasus e ho pedalato fuori da Napoli il 23 luglio 2012 . Sin dall’inizio ho avuto problemi. Il cambio rotto mi ha costretto a pedalare per due settimane con cambi troppo grandi o troppo piccoli. Il mio Iphone è caduto e si è distrutto lo schermo. Il primo mese ci sono state numerose modifiche solo per restare su strada ed appianare gli inevitabili difetti e problemi impossibili da prevedere. Prima di rendermene conto , avevo attraversato l’America. Piú lontano andavo, più persone iniziavano a seguire la mia impresa. Ben presto mi sono ritrovata ad essere letteralmente incitata da un team internazionale di amici, sconosciuti e beneauguranti che mi hanno spinto moralmente e finanziariamente, senza i quali il viaggio sarebbe stato molto più complicato, ed il fallimento una reale possibilità. E le difficoltà sono state numerose. Spesso faccio la battuta che sono una delle persone più sfortunate sulla terra, ma, se tutto quello in cui mi sono imbattuta sulla strada per 5 mesi significa qualcosa, forse c’è del vero: Ventinove forature, un cambio rotto, 6 raggi rotti, un pedale rotto. Ci sono state 4 cadute serie (con sangue e abrasioni). Il 70% del viaggio è stato contro vento ;tra i 100 e i 160 km/h in Nuova Zelanda (niente scherzi, ho dovuto camminare, mi ha scaraventato per aria due volte e ha alzato Pegasus con tutti i bagagli ). Ho attraversato 6 grandi montagne, il Nullarbor Desert in Australia, diarrea e infezione alla gola in India, pedalato per 4 giorni in un ciclone, attaccata diverse volte da branchi di cani in Turchia, attaccata da gazze in Australia, e per finire -9 gradi e neve al rientro in Italia.
Al momento in cui sto scrivendo mancano poco meno di 1000 km all’arrivo , sembrano 10.000… Ogni giorno è una lotta solo per continuare a pedalare.Quando mi fermo, la sola cosa che penso è di arricciarmi in qualche posto e dormire. È difficile da credere che il viaggio sia quasi finito. Alcuni giorni sembra non abbiano mai fine. Anche nei miei sogni pianifico strade e pedalo…infinitamente. Anche Pegasus è abbastanza stanco. Abbiamo conquistato molte sfide insieme. Piú spesso di quanto si possa pensare, mi chiedevo se avessi la stoffa per portare quest’impresa alla fine. Penso di avere la mia risposta. E credo anche , di aver provato la mia teoria: possiamo fare cose piú grandi di noi stessi. Non hai bisogno di essere ricco, famoso o talentuoso per niente, per fare qualcosa di straordinario. Il cielo NON è il limite. Non ci sono limiti, solo limitazioni sociali, culturali, religiose ed auto-imposte. Se riuscissimo a rompere queste limitazioni, sono convinta che l’essere umano è capace di andare molto lontano sia come individuo che come specie».

http://www.julianabuhring.com/

13 ottobre 2011

emancipazione?

le donne hanno smesso di avanzare verso l'emancipazione quando hanno deciso di scambiare il sesso con il potere. Hanno perso anche il diritto al piacere (e alla poesia) 
 




permalink | inviato da questionedigenere il 13/10/2011 alle 13:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

28 giugno 2011

Luciana Viviani



La prima volta che si è sentita orgogliosa di essere italiana? Luciana Viviani non ci pensa
più di un momento: «
Quando i comunisti del dopoguerra portarono diecimila bambini napoletani a mangiare in Emilia Romagna, ospiti dei compagni, in un lungo viaggio estivo, contro la fame e la miseria della città più bombardata d’Italia». 

Il cognome non lascia dubbi sulle origini, Luciana, classe 1917, è figlia del celebre drammaturgo napoletano: «Lui era quello scomodo, non come De Filippo, lui squarciava i veli per vedere fino in fondo, affondava le mani, tirava fuori la vita che palpita. La voglia di parlare con la gente me l’ha trasmessa lui».
È lei tra le organizzatrici dei treni della solidarietà, tra le promotrici del Comitato per la salvezza dei bambini, ex partigiana, militante dell’UDI, tra le fondatrici del PCI a Napoli, tra le prime donne in Parlamento, deputata per vent’anni, dal 1948 al 1968: «
Andammo a prendere i bambini nelle zone più sofferenti, i vicoli, dal Pallonetto al Vasto, a Montecalvario…lottammo contro i pregiudizi della gente verso il partito e la campagna denigratoria delle parrocchie: si diceva casa per casa che i bambini sarebbero stati deportati in Russia. I primi a partire furono i figli dei compagni per dare l’esempio». Prima di tutto, bisognava conquistarsi la fiducia della gente: «Ero abituata alle situazioni difficili. Per anni sono stata il megafono di tanta gente della mia città, la sola a cui era dato il permesso di fare comizi nei quartieri pericolosi. Ero la figlia di Viviani, scortata dai compagni di partito e spesso da qualche caporione che alla fine  del comizio “controllato” mi diceva con devozione, saluti a vostro padre». 
Una ragazza del secolo scorso, che parla del comunismo senza perdere l’ironia (Rosso Antico, Giunti Editore), una vita vissuta: «
Un piede dentro e uno fuori, perché tutto si deve amare, ma niente ci deve incatenare». Per questa ragazza partita dal suo Sud a un altro Nord, a militare per l’indipendenza femminile contro il padre padrone nelle fabbriche che vanno verso est; il Centro e Roma, la capitale della politica istituzionalizzata, lontana dai palchetti malmessi, i megafoni storti, le lunghe camminate a piedi prima di trovare la piazza: «I compagni di Vittorio Veneto mi accolsero con curiosità e quell’atavica diffidenza per tutto ciò che sa di  meridionale. Alle riunioni bestemmiavano e non c’era nemmeno una donna. Inveivano contro i preti, i potenti della DC e principalmente contro di Lui, il conte Gaetano Marzotto, il lupo capitalista sotto le vesti d’agnello». E lei che, fra una bestemmia e l’altra, chiedeva di incontrare le operaie tessili, intimidite dalla famiglia e dalla chiesa, quelle che andava di nascosto a incontrare direttamente nelle fabbriche. Tutt’altro comunismo il partito napoletano: «Che voleva in Italia, come avevano fatto in Russia:  ti trovavi “gomito a gomito, il compagno operaio, artigiano, professionista,  intellettuale, sofistico, il compagno magliaro, contrabbandiere, ladruncolo, piccolo camorrista: sia la compagna tutta casa e figli, che la compagna prostituta, una composizione tumultuosa uno spaccato variopinto, un miscuglio autentico della città».
Se dovesse scegliere un momento della sua vita da raccontare?: «
Adoro i cavalli e la vela, i giorni  passati a dominare l’acqua delle belle vacanze sull’isola Capri, il periplo dei faraglioni a nuoto».  Figuriamoci se  le sembra che valga la pena ricordare  del Patto Atlantico e della lunga battaglia d’ostruzionismo in Parlamento, l’11 marzo del 1949 e 170 deputati del Fronte, dell’impegno tutto sulle sue spalle, che dovette parlare per ore, fino a sfiancare i presenti, quei deputati che quasi avrebbero preferito rinunciare, o la caduta del muro di Berlino, la fine di un sogno, l’inizio di un altro.






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5 ottobre 2010

101donne che hanno fatto grande Napoli (NewtonCompton)



20 luglio 2010

"Sante Madonne e Malefemmine" uno spettacolo di Massimo Piccolo





Sante Madonne e Malefemmine

da un'idea di Agnese Palumbo
testi Agnese Palumbo e Massimo Piccolo
regia Massimo Piccolo
musiche originali Claudio Passilongo

una produzione "Luna di Seta"
con il Patrocinio della Regione Campania





















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17 febbraio 2009

*La Società Italiana delle Storiche


" vengano riaffermati i principi dello Stato di diritto, contro una
proposta di legge che viola la capacità di scelta di uomini e
donne, come sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

Non ultimo condanniamo con forza l’uso politico del corpo delle donne da
parte di un’alta carica dello stato, che ha parlato del corpo di Eluana
come “capace di generare un figlio”, ben sapendo di riferirsi a una
persona incapace di esprimere la propria volontà e dunque di scegliere e
decidere.

Viene infatti negato in tal modo quel principio di autodeterminazione e
di scelta responsabile che il pensiero delle donne ha affermato con
fermezza da molti decenni"

*La Società Italiana delle Storiche

si fa un passo avanti, per tornare a farne mille indietro:
dalla persecuzione delle prostitute all'uso strumentale
delle vittime di stupro, ad uso politico.




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31 gennaio 2009

considerovalore

 

Considero valore quello che domani non varrà più niente,
e quello che oggi vale ancora poco.
e.de luca




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30 gennaio 2009

in uscita il 12 febbraio "Vento scomposto" il romanzo di Simonetta Agnello Hornby

 



Vento scomposto” è il bucato attorcigliato sulle corde. Steso al sole e tormentato dal vento. Simonetta Agnello Hornby sceglie questa immagine per il suo ultimo libro, in uscita il 12 febbraio per Feltrinelli. Avvocato siciliano, si trasferisce a Londra per amore e da lì avvia la sua carriera di assistente legale, occupandosi soprattutto di diritto di famiglia per le comunità nera e musulmana. Sotto inchiesta, nel suo ultimo romanzo, finisce prima di tutto il Children’s Act, provvedimento ammirato da tutto il mondo, che nel 1989 rivoluzionò il sistema legale inglese in tema di minori, e rischia oggi di trasformarsi in un inutile groviglio burocratico: «Noi avvocati inglesi lo chiamavamo la Rolls Royce dell’assistenza pubblica. Secondo la legge il minore ha diritto a un suo tutore legale e a un suo avvocato a spese dello stato, sia nei casi di divorzio che di abuso- specifica l’autrice- la legge sostiene le famiglie e tutelare i minori; ma per far sì che il processo riesca, dovrebbe essere basato sulla collaborazione: c’è troppo attrito tra gli avvocati, i guardians (particolari assistenti sociali) e i periti, che godono di un diffuso senso di impunità». La struttura è quella già collaudata nei lavori precedenti, un romanzo che si snoda con i tempi e i ritmi di un “poliziesco, dettati da documenti legali e deposizioni. Personaggi e fatti si intrecciano con la maestria di un regista teatrale, si ponderano entrate e uscite di scena. L’argomento è di quelli più disturbanti, un processo per pedofilia. L’accusato è un giovane padre di famiglia, esponente della “Londra bene”, un’esperienza molto lontana dall’idea borderline a cui spesso si pensa per questo tipo di reati: “Mike aveva gli occhi iniettati di sangue e la pelle grigia. Aveva ascoltato senza battere ciglio. - Prima di procedere, Mr Booth, voglio sentirle dire che lei non mi crede un abusatore sessuale./ - Se lo asserissi sarei uno stupido e, peggio, sarei anche un cattivo avvocato. Io devo esaminare ogni brandello di prova con mente aperta e dubitarne esattamente come il giudice- rispose Steve- Prendere o lasciarea”. L’avvocato descritto nel romanzo è un uomo distaccato, a tratti cinico: «Considero la pedofilia il reato peggiore in assoluto- racconta l’autrice- Lo affermo con la stessa tenacia con cui posso dire che il momento in cui si lavora a questi processi è drammatico, la tensione è enorme e così lo sforzo di restarne fuori, lasciando che il giudizio personale non offuschi l’azione professionale – e aggiunge- io sono Steve Booth, l’avvocato dei Pitt, solo che non innaffio le felci». E la figura dell’avvocato Agnello Hornby non è la sola verosimile nel romanzo: « Vento scomposto ha una genesi molto complessa. È la storia di un mio cliente. Da quando abbiamo risolto la sua causa ho sempre pensato che la gente avrebbe dovuto sapere quello che era successo». Lentamente “la controparte” acquisisce indizi e informazioni sempre più dettagliate. Mike Pitt, innocente o colpevole, si scopre circondato da una rete di “persone perbene”, insospettabili. Anche nei passaggi più tormentati si assume il distacco del reperto processuale: la voce delle bambine, l’interpretazione dei disegni, le indagini imbarazzanti, hanno la fredda analisi della giustizia. La scrittura non si attarda mai sull’aspetto morboso. Lo “stile legale” è l’antidoto migliore: “- Che tipo di toccare? / - Qui e lì. [Amy si indica le parti intime e il sedere]/ - Lo stesso tipo di toccare che non ti è piaciuto?/ - Sì./ - Pensi che il tipo di toccare di Lucy fosse in qualche altra parte del corpo dei grandi? […] Ti ricordi che abbiamo parlato della bocca? Il dentro della bocca. Qualcuno ti ha mai toccato dentro la bocca?”. Mike Pitt ha abusato della figlia di pochi anni? I piani sono volutamente indefiniti, la sessualità, carica delle sue naturali ambiguità, si deforma: “I suoi sensi si risvegliarono e si acuirono come mai prima e ondate di piacere si susseguirono intense diramandosi in tutto il suo corpo, deliziosamente. I demoni, pulsanti e danzanti, scesero su di lui e se lo portarono in un orrido mondo dove Mike ritrovò la ragazzina di Siracusa: lo eccitava. Mike odiò quel piacere”. Una condizione tutt’altro che romanzata descrive l’autrice: «La persona inquisita vive in uno stato di agitazione. Parliamo di un’accusa che genera una valanga sociale. I confini sono labili e il livello di autosuggestione è sconvolgente. Le cose più semplici, i piaceri più comuni vengono messi sotto inchiesta. Mi raccontano, le mogli, che spesso si torna ad una vita sessuale più antica. Si dice ad esempio che nei periodi di guerra, come in quelli di lutto, aumentino le incidenze delle nascite. È il bisogno di autoconservazione».

Dopo due romanzi di successo, La Mennulara e La zia Marchesa, legati alla Sicilia, Simonetta Agnello Hornby si allontana e si sposta su un’altra isola, l’Inghilterra. L’Italia è solo una finestra che si apre per brevi istanti tra le pagine: «Raccontare Londra è stata una sfida, ma io resto siciliana. Il mio sguardo, anche se lontano, rimane vigile, non si distrae – e a proposito degli ultimi fatti di cronaca, legati alla questione Lampedusa e l’immigrazione, un argomento che lei conosce bene aggiunge- Provo grande rammarico. L’Inghilterra ha accolto da sempre flussi migratori di ogni tipo e solo nel dopoguerra, quando c’è stato un afflusso notevole, diverso da quel 5% di immigrati di colore perfettamente integrati, si sono avute esperienze di intolleranza. Arrivarono in massa, voluti per impiegarli soprattutto nelle mansioni che gli inglesi non facevano più da anni. Il governo ha rimediato con misure legali potenti: le leggi contro il razzismo, per le pari opportunità… “positive discrimination (misure per la protezione di persone svantaggiate, per un’uguaglianza di fatto); spesso messe a punto con una “politically incorrect, che a me non piace. Oggi vedo una Sicilia triste, senza speranza. La corruzione è una condizione che c’è sempre stata, un’eccezione con cui si faceva i conti, ma adesso, ho quasi l’impressione che sia diventata la norma di cui nessuno si stupisce più».




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29 gennaio 2009

donne napoletane, lunatiche dieci anni prima di Verne














agnese palumbo






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13 gennaio 2009

il filosofo e la birichina





Fuoco di fila dalla famiglia Croce e dai crociani, critiche aspre per un romanzo che mette a nudo uno dei filosofi più austeri e autorevoli del pensiero contemporaneo:“Lou, luce della mia vita, ardore dei miei fianchi, certe volte ritorno con prepotenza ai nostri primi incontri, al nostro vicendevole rivelarsi, in una Napoli ancora sotto lo choc della guerra”. Lou Andreas Salomé scrive in tedesco, Benedetto Croce le risponde in italiano, sono loro i protagonisti de “Il filosofo e la birichina” (Marlin Editore), scandaloso e inedito carteggio ritrovato a Göttingen da Sergio Lambiase. Sullo sfondo una città perduta nella guerra, e nella passione travolgente dei due amanti: «Nel mio libro Croce è curioso e umorale, come avrebbe potuto essere se non si fosse irrigidito nel monumento di se stesso (anche per colpa di chi gli stava intorno, a cominciare da discepoli e agiografi) - racconta Lambiase- Ne fece un monumento anche la cultura di sinistra. Gramsci dedica pagine e pagine al filosofo napoletano, dissentendone ma elevandolo su di un piedistallo (e così Togliatti). Eppure c’è stato un Croce imprevedibile, quello che convive per anni (cosa scandalosa cento anni fa) con la giovane e conturbante Angelina Zampanelli, al punto da rivolgersi a uno scultore perché la immortalasse con le mammelle nude».

In punta di penna (quasi a non volerlo riportare) siamo obbligati a svelare che il carteggio è fittizio, che tutto nasce dalla mente del suo autore, affascinato e sedotto dai due protagonisti, attratto dalla curiosità di combinare due chimiche improbabili e vedere cosa ne venisse fuori: «Mi hanno accusato di stupidità: sense of humour da parte di nessuno. Ma il mio gioco è così palese che nella prima lettera di Croce c'è l'incipit di “Lolita” di Nabokov! Mi sono inventato tutto, Croce e la Salomé non si sono mai conosciuti, la Salomé non è stata mai a Napoli né a Capri. Insomma, la rivolta dei crociani e di chi non può ammettere che la letteratura possa essere gioco, paradosso, ironia…- e aggiunge, descrivendo l’alchimia che ha sortito la combinazione dei due personaggi -Il rapporto tra Lou Salomé e Croce mette in moto una dialettica dei sentimenti. La Salomé è stata una donna straordinaria: protofemminista, ispiratrice di anime elette (Nietzsche, Rilke), studiosa di psicoanalisi apprezzata da Freud che si affretta a pubblicare sulla rivista “Imago” un suo serissimo scritto sull’erotismo anale. Solo Lou era capace di sommuovere dal profondo l’io di Croce, infrangendo la dura scorza di studioso insensibile al gioco variegato dell’esistenza». È un omaggio quello che Lambiase riserva in apertura alla musa della letteratura erotica, Lolita; è a lei che chiede ispirazione per la sua scrittura. Con un sottile gioco di parole, un intrigo che si celebra nell’assonanza dei loro stessi nomi Lou-Lo sarà la famme fatale che metterà Croce nei panni di Benedetto-Humbert. Le lettere sono uno svelarsi reciproco, un passaggio intrigante di confessioni (dai sogni alla scoperta della sessualità) nel quale cedono tutte le educate ragioni del vivere per un confronto-scontro vis-à-vis. A volte è un navigare a vista, tra esaltazioni e cadute dell’eros, sapendo bene l’una e l’altro che tutto può spegnersi dopo un’ultima vampata, a causa della lontananza. L’erotismo decritto è una suggestione matura: «Ho voluto raccontare il richiamo irresistibile dell’Eros anche quando si sono lasciati alle spalle, da moltissimo, i confini dorati della gioventù. Nel 1918, quando si conoscono, e la passione esplode, lei ha cinquantasette anni e lui cinquantadue… ». A ben vedere, il carteggio d’amore, l’infuocato racconto di passioni intime, si prestano come espediente (bello e coinvolgente) per raccontare quanto animava lo spirito di quegli anni: la nascita della psicoanalisi, la filosofia, la letteratura…, e giocare con i ruoli nei quali i grandi personaggi vengono solitamente cristallizzati: «Ho fatto innamorare Croce di Lou. Lei fu l’ispiratrice di Nietzsche e lui ne fu, filosoficamente parlando, il nemico, l’anti-Nietzsche per eccellenza. E con un po’ di perfidia ho immaginato che Croce, filosofo che guardò sempre con sospetto alla psicoanalisi, nel romanzo si abbandonasse lentamente al suo richiamo, fino all’idea di scrivere un libro, mai portato a termine, dal titolo:Perché non possiamo non dirci freudiani”».




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21 dicembre 2008

intervista: parla Curzia Ferrari, l'ultimo amore di Quasimodo

 





“Questo libro non avrei voluto scriverlo. Mi tratteneva la remora di tornare su un personaggio che ha fatto parte della mia vita, pur essendo ormai sentimentalmente archiviato, come la legge del tempo impone”.
Èquesta l’introduzione che Curzia Ferrari, ultimo amore di Salvatore Quasimodo, fa al suo libro Dio del silenzio, apri la mia solitudine”(Ancora Editore). Lo incontriamo negli ultimi anni della sua vita, alle prese con il successo mondiale ottenuto nel ‘59, ma ancora “fragile e tormentato”, come lo definisce la sua compagna, alla ricerca di piccoli trionfi (“Nobel riconosciuto ed ossequiato, girava con i ritagli dell’«Eco della Stampa» in tasca per mostrarli al panettiere e al fruttivendolo”) e di grandi risposte. «Dio resta per lui un desiderio insoddisfatto che a lungo lo lascerà prostrato- racconta la scrittrice- una ricerca esistenziale e letteraria, da cui muovevano le nostre discussioni interminabili, quel cammino parallelo che mi trovava un passo più avanti nella fede, a porgergli una mano».
Il libro è un passaggio di scritture e stili che si adeguano di volta in volta agli argomenti critici, mistici, letterari. Di cronaca, di storia e di biografia, ma questa solo a tratti. Si parte dalla fede, dall’impossibilità di andare oltre il decimo libro di Sant’Agostino, quando il santo filosofo trova la fede e Quasimodo poeta non resta che una presenza rassegnata del suo stesso scetticismo: si attraversa la vita di quest’uomo “ un po’ arabo, molto greco e, scrisse Vittorini, a tratti anche spagnolo”. «Carne, decisamente- aggiunge Curzia Ferrari- un uomo ricco di fisicità, quella stessa che riempì il nostro intenso rapporto. “Senza di te la morte”, mi scrisse, e me lo ripeteva ogni volta». Geloso e possessivo, amante ardente che difficilmente accettava di avere accanto una donna indipendente, una giornalista, una traduttrice, una lettrice appassionata di Dostoevskij, che si nutre di letteratura russa e dei suoi temi esistenziali.

È un testa a testa difficile, lungo intenso, un confronto a tratti cruento, con i due guerrieri obbligati al riposo. Le interminabili discussioni sulla fede, sulla vita, la difficoltà di gestire questa passione bruciante: «Sono diventata una donna al suo fianco, determinata a non cedere mai di un passo la mia indipendenza. Un investimento emotivo enorme, lui era un uomo totalizzante, non accettava l’idea che io non appartenessi solo a lui, che la mia intelligenza non fosse solo al servizio delle sue riflessioni». Ciononostante, è lei il suo punto di riferimento, spirituale e fisico. C’è un freno intimo nel racconto, un privato che si libera solo a tratti, come quando racconta che era solito scriverle poesie d’amore sui fazzolettini al bar o tartassarla di telefonate perché morso da una profonda e lacerante gelosia. Scopriamo che è stato per lei un’amante ardente: “lettere ad alta temperatura erotica” scrive Giovanna Musolino, parlando del carteggio tra Quasimodo e la Ferrari, ma anche a questo punto, un pudore naturale nasconde il nocciolo segreto, non ci concede di andare oltre. Come faceva a fargli confessare i suoi tormenti? “Certe confidenze – forse le più alte e le più autentiche, fatte col sangue che batte contro sangue – vengono fuori fra le braccia della donna amata, dopo l’impeto della dedizione. Sacrali e irripetibili” racconta nel libro, e aggiunge a voce: «Con grande tenerezza ricordo i momenti in cui mi guardava dormire. Restava a fissarmi paragonando il mio sonno alla morte. Una visione completamente lontana dall’idea della fine, vicina piuttosto all’idea dell’inizio. Quasimodo ripeteva “Thanatos Athanatos”, la morte della morte. Come dire che l’immobilità è la perfezione- e aggiunge- Quando avrò finalmente la donna mia di marmo… racconta in una delle sue poesie, la bellezza che non passa, che non è l’attimo, non è l’agitazione, non è il fare l’amore, che pure era una cosa bellissima, ma il dopo, il vedermi ferma accanto a lui, l’amore sublimato. Una pace spirituale lontana, non a caso lui preferisce scrivermi “prepara il nostro letto di vivi”, nella splendida Poesia d’Amore, una delle poche cose sue che ho esposte qui, in casa».
Si sfogliano le pagine e ci si ferma a guardare gli scatti in bianco e nero allegati al libro. Come una lucertola, è immortalato a rubare un raggio di sole nella primavera del ’65: Curzia Ferrari lo coglie appoggiato a un muro, in uno dei loro segreti giochi d’amanti; un espediente, la fotografia, inventato da lei per alleggerire la tensione, per cogliere nel privato il suo uomo: “Una posa da attore, perché il gusto della scena ce l’aveva nel sangue, dico nel libro, ma la mia idea nel fotografarlo, era trovare un modo per ridere. Ridevamo delle sue pose strane, delle situazioni buffe che si creavano. Non avevamo molti spunti di risate. Allora ero io a smorzare i momenti più cupi. Il più delle volte ero io a sorridere di lui perché veniva da me proponendomi cose stravaganti per lui normalissime, sorridevo delle piccole stranezze che faceva. Salvatore del resto era un uomo dalla forte ironia, un’ironia a volte tagliente». Nel libro si racconta a passi veloci la sua incapacità diplomatica, quel non aver saputo mai mediare, anche politicamente: «Detestava ogni forma di potere, ogni gerarchia. La sua ironia era geniale ma non l’ha mai circondato di consensi».
Di Montale la Ferrari racconta che erano soliti cambiare marciapiede quando spesso si incontravano in via Brera, ma più complesso è il racconto che fa del rapporto che Quasimodo ebbe con altri due personaggi di spicco della cultura italiana: «In quanto a rapporti conflittuali non posso non ricordare quello con Oriana Fallaci, nato durante un’intervista. In un suo libro lei lo mise tra gli antipatici, lui la ricambiò con un orribile epigramma. Eccessivo a mio parere. Ho molto amato la Fallaci. L’altro personaggio con cui non andò mai d’accordo fu Pasolini. Mi viene ancora da sorridere pensando al suo commento alla notizia del Premio: “La giuria del Nobel, premiando Quasimodo, ha fatto del male soprattutto a lui”. Ovviamente per “lui” Pasolini intendeva Quasimodo, non se stesso (ride ndr). È stato uno straordinario saggista, ma non credo abbia capito molto di poesia. Dal canto suo Salvatore continuò a pubblicare epigrammi taglienti e non fece nulla per ingraziarsi quei circoli e salotti a cui non amava prendere parte e da cui non vedeva l’ora di fuggire. Ricordo il modo in cui mi tormentava di bigliettini passati sotto al tavolo, al ricevimento di turno. Portami via, seguitava a ripetermi in mille modi. Io sapevo che era impossibile e cercavo di intrattenerlo e distrarlo- e conclude- non era fatto per la politica. Ci tengo del resto a sottolineare che Quasimodo, come tutti i poeti, non capì mai niente di politica, sebbene il suo coltissimo discorso a Stoccolma, in occasione del Nobel, si intitolasse proprio “Il poeta e il politico”. Di base credeva che il poeta debba cercare la sua Verità, ma non è detto che la trovi, anzi, è quasi certo che non la troverà, ma sa comunque che è una sola e non può cambiarla per un’occasione più utile».


Curzia Ferrari
Dio del silenzio, apri la mia solitudine”(Ancora Editore).






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8 novembre 2008

bird- Lament




ok, una giornata storta ci sta, ma se si infilano a corallo?




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3 novembre 2008

Il Riformista: parla l'autrice del Maometto in rosa




Maometto ama le sue donne. Ne apprezza la sensualità, ne gode i piaceri, perdendosi tra le loro braccia. Dodici amanti, tra mogli e concubine, arrivano per lui da tutto l’Oriente. Il Profeta le accoglie. “Per strategia politica”, dice. Sherry Jones sceglie di raccontare le sensazioni della terza moglie, la sposa bambina, colei che convolò a nozze ad appena nove anni. “A’isha, l’amata di Maometto” è prima di tutto un romanzo d’amore, nonostante sia stato oggetto di scandalo per musulmani che l'hanno preso di mira un po' in tutto il mondo.In Italia, lo pubblica Newton Compton. «Fu lei la moglie più giovane e amata. Avevano quarant’anni di differenza- racconta l’autrice, che nel romanzo tratteggia profili privati di personaggi universalmente noti, come Maometto, e personaggi meno conosciuti in Occidente, come la stessa protagonista- Secondo la tradizione musulmana, si fidanzò con lui a 6 anni. Gli studiosi non concordano sulla sua reale età e su quando gli si sia concessa fisicamente. Tuttavia non vi è alcun dubbio sul fatto che inizialmente il matrimonio rappresentasse un’alleanza politica, prima di tutto». Siamo nell’Hijaz del settimo secolo, nell’Arabia Saudita occidentale non lontano dalla costa del Mar Rosso. Il romanzo si apre con un tuffo nei colori e negli odori dell’Oriente, siamo dondolati dal vento del deserto, persi nelle oasi lussureggianti mentre: dalle labbra di un uomo, inifluente fino a quarant’anni, sta nascendo una religione destinata a diventare una delle più diffuse al mondo. È un flashback a rapirci: la giovane sposa è fuggita, ha scelto di lasciare tutto per seguire Safwan, il vero amore, l’antico compagno di giochi. Vuole mescolarsi tra i beduini selvaggi, perdersi tra le enormi dune di sabbia, senza velo, senza restrizioni: A’isha. Ti penso tutto il tempo- le confessa il giovane, ad un passo dalle sue labbra- Non riesco a smettere! È come se avessi una febbre e stessi delirando… Devo averti Aisha. Vieni via con me. Sembra che il destino dell’Islam sia nelle mani, e nel cuore, di una giovane sposa, educata per diventare consigliere politico, guerriera, studiosa di lettere e religioni, moglie di uno degli uomini più carismatici mai vissuti. Sarà una lunga notte per lei, combattuta tra vecchi desideri e i doveri del nuovo status. Sullo sfondo restano i tormenti di Muhammad, Maometto, perso nel dolore personale più che preoccupato dello scandalo che sta per abbattersi su tutti loro. A’isha tornerà, già alla fine del primo capitolo, perché l’amore non è quello che senti, ma quello che fai. Vuole essere degna del ruolo che Allah le ha destinato, il compito di ricordare al Profeta l’impegno assunto verso le donne: “Maometto era un visionario, con il pallino di una nuova comunità nella quale tutti sarebbero stati uguali, occupandosi gli uni degli altri, amando Dio. Inorridiva nel vedere la crescente disparità tra poveri e ricchi in una Mecca sempre più commercialmente florida. Era un rivoluzionario. Era un uomo attraente e carismatico, conteso tra la gelosia delle sue donne». Figure femminili che nel libro appaiono tutt’altro che sottomesse: “Sull’emancipazione femminile, fu costretto a un compromesso, i suoi seguaci maschi si ribellavano all’idea di uguaglianza. Le prove storiche dicono che sarebbe andato molto al di là, se fosse dipeso solo da lui. Del restoaggiunge la Jones- si rivolgeva loro per consigli politici. Le incoraggiava – soprattutto A’isha – a rivelare liberamente ciò che pensavano. Le ammise nel ristretto gruppo dei consiglieri, i suoi Fidati: diede loro diritti di cui prima non godevano, come quello all’eredità. Qualcosa di molto progressista, considerando che le donne americane non avranno questo diritto fino alla svolta del 20mo secolo». A’isha ha fatto scandalo, ma sarebbe stato diverso se avesse raccontato la Vergine Maria come una guerriera sensuale tormentata da un grande amore?: «Che Idea!! Sarà il mio prossimo libro».








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3 novembre 2008

3novembre




Tu me acostumbraste a todas esas cosa
Y tu me enseñaste que son maravillosas
Sutil llegaste a mi como la tentación
Llenando de inquietud mi corazón
Yo no concebía como se quería
En tu mundo raro, y por ti aprendí
Por eso me pregunto al ver que me olvidaste
Por que no me enseñaste cómo se vive sin ti
Sutil llegaste a mi como la tentación
Llenando de inquietud mi corazón
Yo no concebía como se quería
En tu mundo raro, y por ti yo aprendí
Por eso me pregunto, al ver que me olvidaste
Por que no me enseñaste cómo se vive sin ti?
Por que no me enseñaste cómo se vive sin ti?
Por que no me enseñaste?








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29 ottobre 2008

diceva ulisse, chi mo ffa fa'? sarà la strana idea di libertà...

 
Il locale, chiattillo come pochi, c'era perfino l'intostata del Grande Fratello, in cappotto lungo e scarpe bianche, con l'arteteca, per paura che qualcuno non l'avesse notata.
Ciononostante...




ah, molesta molesta l'idea che si presta alla voglia di vederti di nuovo...




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23 ottobre 2008

ALfredo ALfredo

da giocare sulla ruota di roma, 90 la Meraviglia...





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23 ottobre 2008

...

c'è un passaggio
segreto tra
te e
me
.




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17 ottobre 2008

for debby





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15 ottobre 2008

fiabe


 c'è un agrumeto, nascosto dietro un portone di corso garibaldi...




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11 ottobre 2008

madri

Riconosco specie di madri a prescindere: la resa evidente di proprietà fisiologiche di genere. Riconosco madri per causa, riconosco madri per scelta, madri per contingenza.
So poi dell'esistenza di donne, madri potenziali che si pongono il problema solo quando arriva la persona giusta. L'idea di ritrovare ancora una volta ciò che amerai per tutta la vita sul volto di un altro essere, generato dentro di te. 
Ricomporre come in un puzzle perfetto i dettagli, riproducendo un amore vecchio eppure totalmente nuovo.

(ma forse, così, è solo tutto più complicato)




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11 ottobre 2008

.


Storie di un mal di pancia da terza elementare
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permalink | inviato da questionedigenere il 11/10/2008 alle 11:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

26 settembre 2008

oggi sul riformista




Dicono sia la risposta a Cuori neri e in effetti potrebbe esserlo, ma l’ultimo libro di Cristiano Armati, Cuori Rossi (Newton Compton), è soprattutto un’immersione nei meandri della memoria. “Una raccolta di storie - racconta l’autore- dal 1944 ai giorni nostri, con grande attenzione alle vicende degli anni Settanta, ma non solo”. Che sia un libro di parte è evidente, l’autore stesso non lo nasconde. Ma quale parte? Tutt’altro che buonista, la selezione di Armati ha compreso protagonisti e vicende controverse, biografie difficili da metabolizzare, sottolineando che il diritto alla memoria è anche qualcosa che non ci piace, nonostante spesso lo si dimentichi. Lo scopo finale è quindi ben diverso dalla volontà di intessere lodi o ritagliare santini.
Le cinquecento pagine si aprono con un interrogativo sul ruolo delle forze occulte che, nell’ultimo mezzo secolo, hanno tramato contro le voci impegnate a chiedere dal basso il riconoscimento di diritti fondamentali e il rispetto della democrazia. La soluzione può arrivare un rigo dopo parlando di licenza di uccidere che ha spezzato le vite di donne e uomini, spesso giovanissimi, uniti da una passione vecchia come il mondo […] uguaglianza, libertà, fraternità, o non arrivare per niente, perché l’idea del libro non è dare spiegazioni, ma fornire informazioni. Armati è bravo a delineare il mezzo profilo della narrazione (la sua metà), lasciando chiaramente intendere quella che manca, attento ad emozionare come un narratore, senza trascurare- con minuzia di particolari- date e luoghi.
Si restituisce vita a un elenco interminabile di vittime rosse, militanti o simpatizzanti di sinistra uccisi dai neofascisti e dalla polizia. Un folto gruppo di biografie raccolte per “stagioni”, protagonisti che hanno caratterizzato il fenomeno della protesta con il protagonismo di categorie non sempre immediatamente riconducibili a una particolare classe sociale. Si parte dalla Strage del Pane (1944), i braccianti e contadini senza terra e senza niente, l’acciaio in tempo di pace e in tempo di guerra di Terni e le Fonderie Riunite di Modena alla fine degli anni Cinquanta; gli anni Sessanta e “ragazzi con le magliette a strisce”, gli anni Settanta e il nuovo volto della contestazione, le facce del popolo dei “non garantiti”, la “Nuova sinistra” che sceglie un profilo internazionale quando, alla battaglia per il diritti al lavoro, alla casa, allo studio, affianca Cuba l’Angola, la Corea, il Vietnam… Un’enciclopedia di tracce da seguire, che si permette perfino di lasciare scorci sospesi, angoli illuminati su cui altri potrebbero tornare: i suicidi in carcere e gli stupri politici, questi ultimi così vicini a quel mondo femminile che trae dall’esperienza della sinistra una spinta verso l’emancipazione. Si toccano argomenti delicati come gli ideali partigiani, sistemati alla base dei valori nazionali, ma così profondamente scomodi, si accenna al rapporto tra la mafia e il fascismo, ma più di tutto, si torna sulle persone. Vittime spesso non designate di un contesto repressivo che mira soprattutto a punire atteggiamenti, valori e ideali diversi. Nel libro si alternano combattenti impegnati, contestatori, uomini di fede partitica e vittime casuali: “Quest’ultimo gruppo è stata la parte più complessa del lavoro che ho affrontato. Mi rifaccio al poeta Gatto per descrivere come in realtà non ci sia casualità in alcune morti. Egli sosteneva che esistono uomini che hanno in sé un destino di sacrificio. Uomini che si distinguono per impegno, coraggio, coerenza. Lui parlava di Eugenio Curiel, che spesso usciva dalla clandestinità nella quale era protetto per andare a confrontarsi con la gente. Il partigiano, direttore dell’Unità, ha trovato la morte in una di queste uscite. A me è venuto in mente Claudio Miccoli, il giovane pacifista napoletano massacrato a sprangate in una birreria, colpevole di essere intervenuto per difendere un giovane studente sconosciuto”. Ucciso a Piazza Sannazaro nel 1978 perché sulla testa, ha un cespuglio di capelli. E sulle guance scarne del suo profilo ascetico si staglia una barba imponente. Per i fascisti non c’è alcun dubbio: si tratta di una zecca. “Claudio Miccoli mi fa venire in mente Nicola Tommasoli, ucciso a Verona il primo maggio 2008. Questa volta non era la barba ma il codino” conclude Armati.




permalink | inviato da questionedigenere il 26/9/2008 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 settembre 2008

101

la luce cambia, l'estate si congeda...




permalink | inviato da questionedigenere il 15/9/2008 alle 16:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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